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Alle radici dell'antipoliticadi Cristoforo Zervos - 15 settembre 2007 Il termine «antipolitica», di cui così tanto si parla in quest'ultimo periodo, è diventato il vocabolo usato per rappresentare al meglio il gradimento medio dei cittadini nei contronti dei loro rappresentanti in Parlamento, oltre che dei loro partiti. Ma che cosa vuol dire, esattamente, «antipolitica»? La parola esprime un qualcosa di completamente avulso dalla politica tradizionale, che è poi quella che regola tutto quello che concerne la vita di uno Stato. Il fenomeno dell'antipolitica non esprime qualcosa di ragionato e meditato, ma è frutto dell'impulsività. Però esso non può però essere circoscritto in una così semplicistica descrizione, perché alla fine l'antipolitica è anche il risultato di un vuoto politico reale. Se nella prima Repubblica si poteva assistere ad un eccesso di politica, ora invece accade l'esatto contrario: una totale assenza di contenuti. La morte di alcuni grandi partiti storici (Pci e Dc) ha comportato anche la fine dell'idea classica di rappresentanza politica ed ha fatto sì che l'«uscita dalle difficoltà» fosse affidata a soggetti terzi rispetto a quelli che solitamente dovevano mediare fra Stato e cittadino. Ecco allora che ci si affida alla società civile, a manager di successo, ai girotondini (si veda l'esempio di Beppe Grillo) e ai movimenti. Tutte strade artificiose, che hanno prodotto politicamente poco e che non hanno sostanzialmente trovato una soluzione - una «vision», tanto per intenderci - per un Paese come il nostro, sempre più invischiato in acque paludose. Tutto questo non ha fatto altro che portare alla rottura di quella «coesione civile» che regge una Nazione. Ma ha fatto anche di più: ha come «accentrato» tutte le ideologie attorno al mantra della «politica del fare», che è di certo importante, ma non basta. Non è possibile affermare, ad esempio, che le scelte di governo non siano di destra o di sinistra, perché le soluzioni da adottare per rispondere ad un problema non sono mai neutre; al contrario, esse affondano le loro radici nell'esperienza e nei valori di cui il singolo si fa portavoce. Mettere quindi tutto sullo stesso piano è, per forza di cose, impossibile, ma soprattutto è pericoloso, visto che i valori, in linea di massima, riescono a porre dei freni dove la corruzione ed il degrado sono più forti. Il rischio è enorme, perché entrando in questo circolo vizioso non si riesce a capire che il problema non è solo di funzionamento, ma soprattutto morale: la crisi dei valori che alla fine regola anche le azioni e le decisioni. Non si tratta quindi soltanto di qualunquismo o populismo: l'antipolitica si basa soprattutto sulla reale perdita dei valori che devia dalla rappresentanza (in una democrazia moderna non esiste politica senza rappresentanza) e rischia di minare alla base i principi che regolano da sempre la nostra società civile. Ed il problema più serio è che la nostra politica (soprattutto quella che opera al governo) non riesce a dare una risposta alternativa a questo stato di cose perché bloccata nel circolo dell'interesse personale, che ha sovrastato il «costruire per il cittadino», il vero e primo traguardo a cui dovrebbe tendere un qualsiasi politico che si possa definire tale. Il compito non è dei più semplici, ma è basilare che anche il cittadino sappia discernere le bolle di sapone dalla sostanza, nella certezza che prima o poi, nell'avvicendamento fisiologico di questa classe dirigente, ci possa davvero essere la svolta per il Paese. E' vero, in Italia il populismo ha sempre fatto molti proseliti. E' ora di dimostrare a noi stessi il contrario. Cristoforo Zervos |
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Ragionpolitica, periodico on line n.229 del 11/9/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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