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Bioetica: Massimo Reichlin interprete di Kantdi Fabrizio Gualco - 9 ottobre 2002 Già qualche anno fa, insieme a Paolo Cattorini e Roberto Mordacci (cfr. Per un concorso delle bioetiche al "bene comune", Il Sole 24-Ore, domenica 30 giugno 1996), Massimo Reichlin si schierava a favore di una visione laica ma non antireligiosa della bioetica. E propendeva per una riflessione etica in cui il concetto di laicità risultava depurato da retaggi di ordine ideologico e dunque svincolato da pregiudiziali acritiche di natura gnoseologica. Il discorso prendeva le mosse dal riconoscimento della necessità di un incontro-confronto fra diverse visioni ed interpretazioni morali sia dal punto di vista dell'elaborazione teorica che da quello delle conseguenti applicazioni pratiche. Al di là di interpretazioni laicistiche e dunque riduttive del pensiero etico e delle sue pratiche, la laicità della bioetica veniva intesa come istanza epistemologica e metodologica modulata nel senso dell'intenzionalità dialogica: connotata, sin dall'inizio, da un'intrinseca predisposizione dell'intelligenza umana, libera di corrispondere alla possibilità di proficua interazione fra teorie ed esperienze di diversa provenienza: «il senso genuino della laicità non implica il rifiuto di ogni fede, ma piuttosto l'avversione verso ogni acritica adesione nei confronti di opinioni sottratte al dialogo (. ..) Questo dialogo non è unicamente, né principalmente, un dialogo tra credenti e non credenti: è invece un dialogo fra persone che hanno convinzioni differenti e che impegnano le loro intelligenze nella ricerca della verità, senza pregiudizi nei confronti degli interlocutori». Le intenzioni e le convinzioni espresse da Rechlin, laureato in filosofia alla Cattolica di Milano ed attuale docente di Bioetica presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano non sono, a quanto pare, figlie del tempo. Ed anzi, nel tempo esse hanno mantenuto la fisionomia basilare, integrata ed affinata da uno "stile" argomentativo equilibrato e pienamente abilitato a proporre le sue ragioni all'interno dell'attuale dibattito bioetico. Testimoniano di ciò le sue riflessioni più recenti, contenute nel suo ultimo libro L'etica e la buona morte (pubblicato dalle Edizioni di Comunità). Il contributo di Reichlin al dibattito bioetico contemporaneo si affida principalmente alle linee filosofiche tracciate da Immanuel Kant. La dottrina etica del filosofo di Könisberg non viene però fatta oggetto di ripetizione né d'interpretazione rigorosamente storiografica. Rapportato alle tesi di Reichlin, l'orizzonte kantiano assume la figura dell'alveo concettuale. Di un riferimento tematico di cui lo studioso, al fine di proporre una teoria etica e deontologica formalmente centrata e concentrata sul carattere pratico della ragione umana, fruisce in modo originale. Ne deriva un pensiero predisposto a ricercare condizioni teoriche e pratiche più idonee all'esercizio della libertà di scelta della persona all'interno della dignità che la costituisce come tale. L'elaborazione teorica acquisisce plausibilità nella misura in cui si allontana da forme di normativismo impersonale e si avvicina ad una visione personalista, che si sviluppa a partire dal primato della persona e della suo valore intrinseco. Il valore della persona è un valore di cui si può predicare l'autonomia. Tradotto ed inserito nel contesto bioetico, la sua considerazione non esclude la libertà personale di scegliere come vivere e morire. Né impedisce, al contempo, di equilibrare possibili valutazioni teoreticamente sbilanciate, come ad esempio quelle che da un lato tendono ad assolutizzare istanze soggettivistiche o naturalistiche. Come interprete di Kant, Reichlin osserva che la dignità della persona non può essere annullata dalle sue esperienze (piacevoli o spiacevoli che siano) poiché in gioco non è un valore per la persona, bensì un valore nella persona. In tal senso siamo di fronte ad un valore che non si riduce alla status di elemento meramente funzionale ad essa, bensì ad essa sostanzialmente intrinseco. Come tale, il valore si pone sotto la cifra dell'incondizionato. Cifra da cui emerge e prende le mosse l'argomentazione centrale a sfavore del suicidio. Sulla scia delle riflessioni di J. D. Velleman, si ricorda che benefici condizionati non possono essere sostituiti o anche solo preposti a valori incondizionati, poiché, se così fosse, i secondi si svaluterebbero indebitamente (ed irrazionalmente) a favore dei primi. Tale assunto porta di conseguenza a non giustificare il suicidio in molti casi, anche se non in tutti: poiché resta un margine teorico sufficiente ad affermare il suicidio quale sorta di extrema ratio, ossia come intervento necessario qualora non fosse DATA altra possibilità di non compromettere la dignità umana: «se si mantiene lo status quo, vi sono molte cose che un individuo può fare, una volta che gli sia stata negata la possibilità di ricorrere all'eutanasia: può richiedere e ottenere cure palliative adeguate, inclusa eventualmente la "sedazione terminale"; può richiedere l'aiuto di un medico mentre si lascia morire d'inedia; può togliersi la vita da sé; può convincere un medico compassionevole ad aiutarlo a morire affrontando le eventuali conseguenze giuridiche del suo atto. Al contrario, l'individuo che sia stato costretto a richiedere l'eutanasia, o a cui sia stata praticata l'eutanasia senza il suo consenso non può in alcun modo riscattare la propria situazione». Il suicidio, anche quello assistito e per così dire "facilitato", risulta però privo di vera giustificazione morale non solo a fronte di motivazioni passeggere, o non ponderate adeguatamente, oppure determinate da forme di disinteresse momentaneo alla vita (così come emerge dalla casistica analizzata da T. E. Hill) ma anche in molti casi «di malattie anche gravi nelle quali la possibilità di controllare i sintomi dolorosi consente un esercizio sufficiente della propria personalità morale, o di scrivere ancora dei capitoli significativi della propria storia». La capacità di generare ragioni per agire e riconoscere la bontà di tali ragioni è la prima pietra teorica che, secondo Reichlin, è da porre alla base di un edificio etico rivolto sia alla persona sia alla collettività. Per quel che attiene al valore della vita, una tale impostazione impedirebbe di attribuire valore alla prosecuzione della vita stessa come mero processo biologico: «la vita è degna di essere vissuta in quanto è la vita di un essere personale. La dignità non si predica propriamente della vita, ma della persona: ciò che si esprime nel rispetto per la vita fisica non è quindi un rispetto per la vita in quanto tale, ma piuttosto un rispetto per la persona che la vive». La vita è degna di rispetto perché è vita vissuta da una persona. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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