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Chi rifonda e chi nodi Raffaele Iannuzzi - 22 settembre 2007 E' significativo come l'approccio agli stessi problemi che la globalizzazione pone ai Paesi della Ue faccia la differenza. Prendiamo Sarkozy in Francia. Il quotidiano della sinistra salottiera e oggi alla deriva, «Le Monde», ha dedicato alcune decine di editoriali alla «novità» Sarkozy, collegandola alla crisi del Partito Socialista; ebbene, in ogni editoriale quel che si rileva agevolmente è la carica di risentimento nei confronti del presidente della Repubblica, come se i guai della sinistra non fossero causati, come ha brillantemente osservato un socialista pragmatico di lungo corso come Rocard, dall'estraneità della cultura politica socialista alle dinamiche della globalizzazione. Questo fa la differenza. Sarkozy sta sparando bordate contro i sindacati e sta mettendo all'angolo il sistema amministrativo francese, quasi oggetti di culto oltralpe, con un unico progetto in testa: rifondare il sistema economico-sociale-istituzionale. Il vero «rifondatore» viene da destra e non ha niente a che vedere con la sinistra europea. Quest'ultima è assolutamente conservatrice e non riesce a confrontarsi con il mercato globale se non in termini di riassestamento del vecchio sistema di garanzie, qualcosa che non ha più ragion d'essere né sarebbe mai possibile riedificare. In nessun modo. Se facciamo un gioco comparativo e pensiamo anche solo per un istante che in Italia abbiamo un partito di sinistra che fa riferimento alla «rifondazione», salvo che essa venga declinata infine nel campo comunista, anzi antagonista e no global, le differenze non possono che far riflettere. La sinistra europea gioca ai bordi del campo, mentre Sarkozy sta occupando il campo da protagonista riformatore e rifondatore. Non ha tutti i torti «Le Monde» a rilevare un tratto napoleonico nell'inquilino dell'Eliseo, ma quel che la testata, conservatrice anche sul piano culturale, non riesce a comprendere è che la politica si trova oggi in mezzo al guado: o rinasce come motore delle riforme strutturali in tempi medi, non più di cinque anni (il tempo che si è dato Sarkozy per rifondare la funzione pubblica), oppure viene spazzata via dal vento della storia o, nella migliore delle ipotesi, diventa un'appendice statica dei dinamismi accelerati del mondo globalizzato. Che non aspetta più la politica, i suoi tempi talvolta addirittura pre-moderni. Grillo è la versione neopopulista e violenta di questa richiesta, di questo «grido» - come si usa dire oggi - ma si tratta del prodotto di un momento di trapasso di crisi istituzionale e politico, di una vera e propria crisi della democrazia, e non è un fenomeno che presenti accenti di accelerazione verso il cambiamento. In ogni caso, quel che sorprende è il silenzio dei media su quanto di buono prima di questo sciagurato governo Prodi abbia fatto il governo Berlusconi. Quel che oggi sta realizzando Sarkozy era nell'agenda di quel governo e anzi avrebbe dovuto guidarne la più matura fase di sviluppo con un secondo mandato a Berlusconi. Noi non abbiamo le istituzioni create da De Gaulle e la religione civile laico-repubblicana della Francia come Etat-Natiòn e paghiamo prezzi pesantissimi ai rigurgiti ideologici e conservatori, se non addirittura reazionari. E' ancora l'infinita transizione italiana il tema all'ordine del giorno. La «cultura del risultato» che Sarkozy caldeggia per il pubblico impiego era anche farina del sacco di Berlusconi, per non parlare del governo del mercato del lavoro come punto caldo di riforma del sistema socioeconomico, in vista della ridefinizione di un ascensore sociale autenticamente efficace. Il lavoro e l'impresa continuano ad essere i vettori dominanti del sistema socioeconomico e della regolazione sociale, in Francia come in Italia (infatti il primo passo in direzione di una politica liberale della socialdemocrazia tedesca è stata la riforma delle pensioni e di seguito l'abbassamento delle imposte alle aziende). I nodi vengono sempre al pettine. Se infine Letta confligge apertamente con Cremaschi della Fiom e pezzi interi del governo - l'ala, diciamo così, «radical-antagonista» - da un lato interrompono il patto di lealtà con l'azione dell'esecutivo attraverso istigazioni a delinquere, cioè alla ribellione, come ha fatto il ministro Ferrero, e dall'altro manifestano contro gli accordi sulle pensioni, è chiaro che la precondizione perché possa essere ridisegnato un nuovo patto con l'Italia è la caduta definitiva del governo Prodi. Che farà pagare prezzi alti al sistema-Paese, perché i ritardi e gli errori gravi si pagano oggi e molto caro. Tuttavia, guardando anche alla Francia, la strada era ed è ancora quella tracciata dall'esecutivo Berlusconi in cinque anni di buongoverno. Che ha lasciato una traccia non indifferente nel senso comune pubblico: oggi di tasse ne parla anche il Papa.
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Ragionpolitica, periodico on line n.230 del 17/9/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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