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6 marzo 2008
 
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Il centrodestra e la sfida dell'antipolitica

di Raffaele Iannuzzi - 27 settembre 2007

L'esempio di Sarkozy può giovare. La Francia ha passato periodi bui e di crisi sociale ed istituzionale; grazie alle istituzioni di marca gollista si è quindi assestata e ora è a pieni giri, tanto che, secondo un sondaggio di «Le Figaro», la maggioranza dei francesi apprezza molto l'operato e lo stile del presidente Sarkozy. Ma anche la Francia ha avuto le sue ondate di antipolitica. Il lepenismo ha rappresentato la cifra populista e revanscista dell'antipolitica. Frange della sinistra massimalista, civettando con l'ideologia no global e con Bovè, hanno dato fiato alla critica del parlamentarismo e del primato delle istituzioni come garanzia democratica. Oggi la Francia è fuori dalla crisi. Ha altri problemi, ma non ha questo tipo di problemi. Forse l'antipolitica è un ciclo che ricorre e ricorrerà frequentemente nella globalizzazione, forse ne segnerà i modi di ristrutturazione e di trasformazione. E' l'ipotesi di chi non crede al primato della politica e vede nel globalismo un fenomeno universale e destinato a cambiare la cultura umana in quanto tale. Ipotesi da valutare con attenzione.

Un fatto è in ogni caso certo: la politica e la leadership necessaria a farla camminare non possono venir meno ad un postulato fondamentale, originario, della civiltà: raccontare storie e con esse comunicare il cambiamento, il passaggio da un periodo di crisi ad un altro di rinnovamento. Una sorta di rito di passaggio, con una forte carica simbolica ed una valenza mitica. Sarkozy sta raccontando alla Francia un'altra storia, diversa da quella della crisi. Una storia di novità e di cambiamento. Il popolo francese sta apprezzando questo stile. Berlusconi ha raccontato all'Italia una storia di cambiamento e, con gli italiani, ha stipulato un contratto, così da vincolare se stesso e loro ai termini di questa nuova storia. Sono simboli forti che, in politica, fanno la differenza. Nella politica postmoderna le ideologie sono in stallo, non morte, ma non più immediatamente efficaci, mentre la cifra simbolica e mitica è in ripresa. I popoli vogliono oggi nuovi simboli e nuovi miti e riti. Miti e riti di passaggio. Un grande scienziato dell'educazione americano, Howard Gardner, ha affermato che la leadership è soprattutto centrata su una chiave, la narrazione di una storia. Una storia personale, come quella di Berlusconi e di Sarkozy, due leaders che hanno raggiunto risultati di eccellenza passando le prove della leadership, affermando valori e simboli in un certo qual senso «eroici». Ma chiunque voglia oggi affacciarsi alla leadership, anche della propria vita, deve raccontare a se stesso ed agli altri la propria storia, inscrivendola in un percorso interessante e significativo per tutti. Ecco, quest'aspetto della politica postmoderna avvicina l'azione politica al mondo del management creativo, al mondo del «re-immaginare», come oggi sostiene Tom Peters, un importante esperto di management a livello mondiale.

Domandiamoci, allora: è possibile, oggi, superare la vena amara e iper-critica della gente nei confronti della politica attraverso una nuova narrazione, un nuovo mito e un nuovo rito di passaggio? Non è certamente possibile limitarsi a stigmatizzare, ancorché con giusti ed efficaci argomenti, la violenza di Grillo e il «grillismo» antagonistico, come ha sottolineato acutamente Gianteo Bordero. Occore rimettersi in marcia attraverso una ricostruzione di simboli universali e di codici comunicativi autenticamente efficaci. Gli atti così diventano catartici. Spendere di meno, diminuire il peso del costo della Camera, che grava su tutti noi, meno prebende per i parlamentari, tutto questo si inserirebbe in un ordine simbolico nuovo. E attiverebbe uno scatto di rilegittimazione da parte del popolo. Perché è vero, come osserva De Rita, che non esiste da nessuna parte una «società civile» buona e una «società politica» cattiva, in uno schematismo manicheo insostenibile, ma è altresì vero che dalla società civile, che non è migliore di quella politica (è dalla società civile, infatti, che provengono gli avvocati, i commercialisti e i professionisti che sono in Parlamento), arrivano i voti che, in democrazia, pesano. Si contano, ma, in quanto si contano, pesano. Fanno vincere o perdere.

Dunque, la classe politica ha il dovere di tenere presente questa vena antipolitica e la sinistra sta scatenando il suo de profundis proprio sulle piazze affollate dai sostenitori di Grillo, gente di sinistra e assai spesso di estrema sinistra. Il centrodestra può rovesciare il corso degli eventi e trasformare il problema in opportunità, la crisi in occasione di riscossa generale della sua politica. Con due mosse strategiche da calibrare bene.

  • Primo: raccontando una storia di novità e di uscita dalla crisi, partendo dalla crisi gravissima del governo Prodi per finire alle proposte di un nuovo governo a favore del popolo, dei «milleuristi», come li chiamano in Spagna, un popolo immenso, milioni di persone, operai e classi medie proletarizzate, anche un bel po' di partite Iva: taglio netto delle aliquote Irpef; detassazione dei contributi; legge Biagi completata, con ammortizzatori sociali e reinserimento dei disoccupati attraverso la formazione e le agenzie interinali che propongono impiego a chi esce dal mercato del lavoro; sicurezza con tolleranza zero; legalità garantita contro chi delinque, a cominciare dagli immigrati clandestini per finire ai recidivi di ogni provenienza ed altri provvedimenti in linea con questa cultura del governo.
  • Secondo: selezione e riqualificazione della classe dirigente in linea con questa nuova narrazione, perché ogni messaggio politico deve essere congruente, dunque in Parlamento e nei Consigli regionali non ci vanno i soliti noti, gli avvocati, i notai, i commercialisti e basta, ma anche chi vale e non fa parte delle mille caste e dei mille ordini professionali potentissimi (operai, ceto medio, partite Iva, chi lavora in fabbrica e vota non da oggi Forza Italia)

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Due modi di riprendere le fila di un discorso politico attraverso la narrazione di una nuova storia con nuovi protagonisti e nuovi messaggi. Nel marketing spesso funziona, perché non dovrebbe funzionare con la politica, visto che ha già funzionato due volte con Berlusconi? Non potrebbe esserci una terza volta?

! Raffaele Iannuzzi
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