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Il protocollo sul welfare penalizza gli atipicidi Francesco Pasquali - 2 ottobre 2007 Mancano pochi giorni al referendum per l'approvazione del protocollo del 23 luglio. Il 10 ottobre i lavoratori saranno chiamati ad esprimersi sull'accordo sul welfare presentato dal governo Prodi alle parti sociali. Andrebbe accolta con soddisfazione, una simile consultazione, se non fosse che tra i lavoratori che andranno al voto ce n'è una parte - si tratta mediamente di giovani con redditi discontinui ed esposti al rischio di disoccupazione - che pagherà più di altri a prescindere dall'esito del referendum. Nonostante le improvvisazioni «giovanilistiche» dei leaders sindacali, le tesi dei favorevoli quanto quelle dei contrari al protocollo hanno un comune denominatore: disinteresse per una categoria poco sindacalizzata e che politicamente non è determinante. E' l'impianto del protocollo che prende di mira questa categoria, la più debole del mercato del lavoro, spostando gli oneri interamente sulle spalle dei parasubordinati. Negli ultimi tempi si sono sommate diverse teorie che, sulla carta, mirano a migliorare la situazione dei giovani con contratto a tempo determinato, ma che, nella realtà, ne peggiorano notevolmente sia la situazione occupazionale che previdenziale. Tra quanti sostengono che per eliminare la precarietà occorra aumentare il costo del lavoro e quanti affermano che un aumento del prelievo contributivo sia la garanzia per una pensione dignitosa, dalle tasche dei giovani precari, in cambio di promesse fumose, verranno prelevate nell'immediato ingenti quantità di risorse. Ai sindacati andrebbe ricordato che questa categoria, attraverso i continui aumenti delle aliquote contributive (che sono passate dal 12,5% del 2001 al 26,5% con l'ultima Finanziaria), rappresenta una gestione in attivo per le casse dell'Inps (+5,8 miliardi nel 2006). Ma di queste risorse i parasubordinati non vedranno un soldo, perché l'attivo viene utilizzato per erogare le attuali pensioni di anzianità. Inoltre il peggio deve ancora arrivare: il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, dietro esplicita indicazione dei sindacati, ha intenzione di aumentare ulteriormente le aliquote portandole al 33%. Significa continuare a spremere una categoria già fortemente debilitata con il solo intento di aumentare le entrate, in quanto, nonostante le elevate risorse accantonate, i giovani al momento della pensione troveranno le casse dell'Inps vuote. Se davvero l'aumento delle aliquote contributive viene realizzato per migliorare la condizione previdenziale dei parasubordinati, perché il governo non permette ai giovani di poter gestire una parte dei contributi? Sarebbe sufficiente da un lato prevedere una soglia di deducibilità fiscale per la pensione complementare, dall'altro dirottare una parte degli aumenti contributivi in fondi a capitalizzazione dell'Inps, così da poter assicurare concretamente, e non come prevede il protocollo del 23 luglio sulla base di promesse di una ipotetica disponibilità, che una quota dei soldi versati finirà in un salvadanaio personale. Un giovane con lavoro flessibile si trova invece tra l'incudine e il martello. Da una parte c'è la «Triplice» (Cgil, Cisl e Uil) che sostiene un accordo che priva i giovani della pensione e vorrebbe sostenere i precari - come ci ricorda puntualmente il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni - attraverso uno sconsiderato aumento dei contributi, dall'altra c'è la Fiom di Cremaschi che si propone come una potenziale alternativa ma con soluzioni a dir poco peggiorative. Nel nostro Paese c'è un problema di rappresentanza dei giovani con lavoro flessibile. I sindacati tra i giovani hanno perso la loro già vacillante credibilità: come possono parlare di flessibilità e pensioni se si rifugiano nel posto fisso e godono di tutele che li garantiscono dalla culla alla tomba? Come possono parlare di un «piano casa» per i più giovani se poi abitano comodamente in case degli Enti acquistate a prezzi di favore? Insomma, un parasubordinato oggi si trova a dover scegliere il male minore, rischiando di finire dalla padella alla brace. L'unica via di fuga per un giovane parasubordinato che il 10 ottobre parteciperà per la prima volta ad una consultazione dei lavoratori, è rispondere con un gesto dal forte valore simbolico, mettendo nelle urne l'eventuale tessera del sindacato e adoperandosi per dar vita ad una nuova forma di rappresentanza pronta a battersi per riconoscere ai parasubordinati gli stessi diritti degli altri lavoratori, partendo da maggiori tutele attive, più salario e possibilità di gestire autonomamente i contributi previdenziali a fini pensionistici.
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Ragionpolitica, periodico on line n.232 del 1/10/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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