RAGIONPOLITICA.it - Giornale online di cultura e politica Logo RAGIONPOLITICA.it
numero 280
6 marzo 2008
 
HOMECHI SIAMOCREDITSSCRIVI  
 
 
segnala ad un amicosegnala l'articolo ad un amico stampa l'articolostampa l'articolo

L'arte di tacere

di Stefano Doroni - 6 ottobre 2007

Il nostro è uno strano Paese: siccome il bigottismo culturale di sinistra ha insegnato a tutti che il comunismo può fare solo bene al mondo, quando i comunisti sparano, ammazzano, reprimono non si dice, o si fa finta di niente. Non si tratta, stavolta, del solito Castro o della Corea del Nord; si tratta della Birmania, cioè degli attuali fatti di regime che accadono in Myanmar. Negli organi di stampa o nelle televisioni si parla genericamente di «dittatura»: e così gli italiani, abituati al moralismo ipocrita dell'antifascismo militante, pensano subito a Pinochet o comunque a qualche regime militare di destra. Invece l'attuale regime militare del Myanmar è una dittatura postcomunista, che non è neanche post, nel senso che ha rimosso astutamente l'etichetta ideologica, ma resta la naturale continuazione di quella apertamente comunista che ha soffocato e straziato quel Paese fino al 1988. Infatti, dopo la breve e illusoria affermazione elettorale della Lega per la Democrazia della coraggiosa Aung San Suu Kyi, dal 1990 l'attuale regime dispotico è costruito dagli uomini forti della vecchia dittatura leninista, che hanno aperto alle multinazionali straniere per riempire le loro borse, ma l'impianto socio-economico del Paese resta di chiara matrice comunista; e di libertà, o di diritti umani, ovviamente non si parla. Non sono dunque i nipoti di Francisco Franco e di Pinochet a straziare i dimostranti che chiedono libertà e democrazia, ma sono gli eredi di Lenin e di Mao.

Ora, visto che i soliti comunisti si comportano da comunisti, cioè reprimono il desiderio di libertà dei popoli e sparano su chi ha il coraggio di chiedere giustizia, in un Paese davvero libero e democratico le cose andrebbero dette come sono in realtà. Ma in Italia, dove i comunisti stanno dichiaratamente al potere, le malefatte dei compagni, dovunque avvengano, sono coperte da un inaccettabile velo di omertà, o peggio ancora negate da una reticenza che allude ad un preciso messaggio bugiardo: in Birmania ci sono i militari al potere, cioè i soliti fascisti. E quindi, grazie all'ennesima bufala politica, anche i compagni di casa nostra, anche gli onorevoli in falce e martello, possono mostrare la loro sensibilità verso un popolo martoriato da una generica «dittatura», ovviamente militare, quindi ovviamente fascista: non occorre nemmeno dirlo, è nella logica distorta del conformismo culturale italico. Ma - guarda caso - la realtà dice l'esatto contrario di quello che vogliono farci credere. Ciò che preoccupa non è dunque l'abitudine comunista alla bugia e al rovesciamento della realtà, ma il fatto che il negazionismo storico della sinistra sia diventato ormai una sorta di «metodo» comunicativo e informativo generalizzato: se si tratta cioè di scoprire magagne a destra torna a galla tutta la storia fascista; se invece si tratta di vergogne comuniste meglio non dire niente, non usare quella parolina che getterebbe ulteriori ombre sull'ideologia dei «compagni» tanto «per bene», e pure pacifisti.

Già: i pacifisti. Visto che dicono di amare tanto la pace, la democrazia, la tolleranza e la libertà, perché le anime belle che sventolano l'arcobaleno non sono scese in piazza per protestare contro questo bieco regime? Non sono loro che vogliono un mondo migliore? Non sono loro che parlano di un «altro mondo possibile» dove non ci siano più né guerra, né violenza, né ingiustizie? La risposta è tutta in quella parolina: comunista. Una parola che brucia la lingua, scomoda, condannata dalla storia; ma una parola che in Italia si può pronunciare solo per tessere le lodi dell'ideologia, cioè di un pensiero di bene che non si può «processare». E così, visto che avrebbero dovuto prendersela sostanzialmente con casa propria, dimostrando che la loro ideologia produce ancora oggi regimi e violenza piuttosto che giustizia e pace, se ne stanno zitti zitti. Arte di tacere, quando serve. La tragedia birmana è politicamente sconveniente per i pacifisti: e allora che crepino pure i bonzi o gli studenti coraggiosi che protestano, tanto i loro guai non servono a sputare fango sull'Occidente «guerrafondaio». Non si sarebbero potute bruciare bandiere a stelle e strisce, oppure israeliane, stavolta; non sarebbe stato possibile sfilare per le strade - magari sfasciando qualche Mc Donald o facendo qualche «esproprio proletario» - al grido di «yankee go home» o «Bush come Hitler»: per cui meglio rimanere a casa, aspettando che la bufera passi, che del dramma birmano non si parli più, che la menzogna e l'omertoso silenzio facciano il loro effetto. Per poi tornare a gridare, alla prima occasione politicamente appetibile, che tutto il male del mondo nasce dall'imperialismo americano. E giù, a macinare ancora una volta bugie.

! Stefano Doroni
SCRIVI UN COMMENTO A QUEST'ARTICOLO

i migliori verranno pubblicati in queste pagine

Nome o nickname:
Titolo:
Commento:
Caratteri disponibili:


 

Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.232 del 1/10/2007
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
© 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata
Riproduzione riservata