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6 marzo 2008
 
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Quanti guai quando il sindacato cambia lavoro

di Francesco Pasquali - 6 ottobre 2007

Quando il sindacato cambia lavoro e si sostituisce alla politica iniziano i guai dei lavoratori. Le esigenze dei lavoratori, prima fra tutte quella di maggiori salari, male si coniugano con le esigenze della politica, in modo particolare con quelle di una maggioranza debole sempre sull'orlo dell'implosione. Gli interessi dei lavoratori in questo eterno equilibrismo sono i primi a cadere. Le contestazioni che il sindacato confederale ha ricevuto alla fabbrica di Mirafiori durante la presentazione del Protocollo del 23 luglio su lavoro e pensioni sono soltanto l'antipasto del malessere che si sta diffondendo tra i lavoratori. Il disagio tra i lavoratori non può essere misurato con «l'applausometro», come hanno tentato di fare alcuni astuti sindacalisti. Sostenere che gli applausi siano stati maggiori dei fischi significa non aver compreso l'inizio della spaccatura.

In un Paese come il nostro la crisi della rappresentanza può generare danni difficilmente stimabili in quanto nelle dinamiche legate al lavoro si insinuano delle logiche che poco hanno a che vedere con la democrazia. Si generano delle spirali di odio sociale che negli anni hanno prodotto disgrazie. Il sindacato, in modo particolare la Cgil che si è schierata al fianco di Prodi sin dalla campagna elettorale, oggi sta pagando il prezzo per aver accettato il mandato politico del Governo. La crisi di rappresentanza del sindacato va ricondotta alla politica spregiudicata del governo Prodi, che ha caricato impropriamente le parti sociali di un ruolo politico di rimpiazzo. Il sindacato dovrebbe prendere atto dell'evidenza: la logica del «governo amico» non permette di intercettare le reali esigenze dei lavoratori, specie se flessibili. Non è un caso che siano diminuite di circa il 63% le ore di sciopero e che al progressivo aumento dell'occupazione registrato negli ultimi anni (tra il 2001 e il 2006 si sono registrati 1 milione e 719 mila occupati in più), grazie all'applicazione della legge Biagi, non sia corrisposto il relativo aumento del tasso di sindacalizzazione, anzi, il tasso di sindacalizzazione è inversamente proporzionale al tasso di occupazione.

Mentre l'occupazione in Italia aumenta, raggiungendo lo storico record di oltre 23 milioni di occupati, il numero dei lavoratori attivi iscritti al sindacato e il tasso di sindacalizzazione (rapporto tra numero di occupati in un determinato settore e il numero di iscritti di quello stesso settore) sono in progressiva diminuzione. Il mercato del lavoro e le abitudini dei lavoratori cambiano, al contrario il sindacato è sempre lo stesso. In Italia il tasso di sindacalizzazione dal 1980 al 2003 è sceso di oltre il 19%. I nuovi occupati evidentemente non riscontrano alcuna ragione di riconoscenza nei confronti del sindacato. Soprattutto i giovani lavoratori, infatti, possono sostenere di aver trovato lavoro nonostante il sindacato, che con le sue azioni ne ha spesso ostacolato l'ingresso nel mercato del lavoro. I giovani nel mercato del lavoro risultano i meno tutelati e i meno pagati. I dati dell'Inail sugli infortuni tra i giovani lavoratori diffusi in questi giorni sono passati sotto silenzio. Si tratta di una vera emergenza: solo nel 2006 ci sono stati circa 695 infortuni al giorno che rigurdano i giovani lavoratori. E' una discriminazione che non può essere tollerata e i sindacati in merito hanno una grossa responsabilità. Mirafiori conferma che i lavoratori, diversamente dai sindacati, non si prestano a forme di strumentalizzazione.

Questo vuoto di rappresentanza sta colpendo in modo significativo le nuove tipologie di lavoro flessibile. Giovani e donne con contratti atipici stanno pagando il disinteresse del sindacato e il contenuto del Protocollo ne è l'emblema. Scaricare sulle spalle degli atipici i costi della controriforma delle pensioni attraverso un aumento vertiginoso delle aliquote contributive evidenzia la scelta egoistica del sindacato: utilizzare una grossa fetta della società culturalmente distante dal mondo sindacale come una sorta di «ammortizzatore sociale». Insomma si tollera e si pratica una discriminazione che qualora fosse toccata ad un'altra categoria avrebbe scatenato indignazione e proteste.

! Francesco Pasquali
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