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La nuova «questione operaia»di Raffaele Iannuzzi - 6 ottobre 2007 Esiste, in Italia, una questione operaia? Penso di sì. Ma essa non è più inscrivibile nell'ambito di una questione di classe. Perché non c'è più la classe operaia. Dunque, non stiamo parlando della classe operaia che va in Paradiso. Si tratta, invece, degli operai che al Paradiso della classe operaia non credono più, metalmeccanici inclusi, ma non per questo cessano di rivendicare i loro diritti. Diritti che si fondono con concezioni fino a ieri inaccettabili sul piano ideologico: ad esempio, la tassazione del lavoro dipendente. La Cgil se n'è accorta, con il solito decennio di ritardo, ma il passo non è, in ogni caso, di poco momento. Epifani ha sostenuto il taglio delle aliquote Irpef sul lavoro dipendente. Sacconi, sul «Corriere della Sera», ha rilevato la positività del nuovo corso della Cgil, aggiungendo che egli stesso ha promosso un progetto di legge che prevede la detassazione degli straordinari. Linea Sarkozy. L'unica realmente efficace e che consente di rimettere al centro della società il lavoro. Insieme all'impresa. La globalizzazione non richiede meno lavoro dipendente e meno impresa, ma più lavoro dipendente sempre più qualificato come capitale umano e sempre più impresa capace di stare sul mercato a livelli competitivi. La competitività è dunque un problema che riguarda sia i lavoratori che gli imprenditori. Non basta. Ciò che emerge dalla posizione della Cgil è anche il nuovo profilo di lavoratori che operano oggi sul mercato. Essi si sentono non soltanto lavoratori, ma anche cittadini, contrariamente ai loro nonni e padri, che prima di qualunque categoria di cittadinanza privilegiavano l'appartenenza al partito ed al movimento operaio. Loro si sentivano classe operaia, classe generale portatrice di un progetto di emancipazione del proletariato e soltanto dopo cittadini, perché la cittadinanza era pur sempre un criterio borghese di inserimento nella società. Mentre per i lavoratori del terziario e del poco di industria che è sopravvissuto in questo Paese, dopo lo smantellamento dovuto in larga parte a Prodi, la questione fiscale è diventata questione sociale. Perché essi sono prima di tutto cittadini. E la questione fiscale, come questione sociale, si ritraduce infine in questione economica: più soldi in busta paga. La questione operaia, posta così dagli stessi lavoratori e dal sindacato, può essere affrontata come problema politico legato al riassetto del sistema-Paese. E' in questa ottica che, a mio avviso, Forza Italia dovrebbe affrontare questo nodo. Tutto politico, oltre che economico-sociale. Infatti, se, come ha correttamente osservato Di Vico sul «Corriere della Sera», 8 milioni di lavoratori dipendenti gonfiano con i soldi versati all'erario - un'aliquota del 38%! - qualcosa come l'80% dell'intero gettito fiscale e percepiscono redditi di 28.000 euro all'anno, è evidente che, continuando su questa strada, un pezzo di Paese si scolla dalle istituzioni. Quel Paese che manda avanti l'economia e che sta pagando prezzi altissimi alla crisi di competitività della nostra impresa. E' un problema di equità sociale, ma è anche un problema politico. Direi, in sintesi: meriti & bisogni. Un altro dato per chiudere. L'elettorato di Forza Italia è per il 28% fatto di lavoratori dipendenti, è calato rispetto al 2001, ma è sempre cospicuo come rappresentatività operaia. Secondo l'ultimo studio curato da Vassallo, l'Ulivo avrebbe più del 43%, ma l'Ulivo oggi è una sigla che politicamente non dice più molto, dunque aspetterei il 14 ottobre, la nascita del Pd, prima di confermare questo dato. E' comunque certo che Foza Italia sia un partito operaio, che vive un gap notevole tra l'elettorato operaio e la quasi nulla rappresentanza dello stesso in Parlamento: non abbiamo lavoratori dipendenti, ma soltanto avvocati, notai, commercialisti. Borghesia che vive molto spesso di rendite e guarentigie bancarie. Il popolo delle tasse è un popolo operaio. Questo popolo è il nostro popolo. Quando Berlusconi, nel 2001, si presentò come il presidente operaio, dimostrò di aver intuito la chiave politica giusta. Oggi i fatti stanno mostrando che sono le origini a determinare l'anima di un movimento politico popolare. Un testimone d'accezione lo sta confermando: la Cgil. Nemesi storica.
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Ragionpolitica, periodico on line n.232 del 1/10/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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