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La «Dichiarazione di Cordova contro l'islamofobia»

di Anna Bono - 13 ottobre 2007

Il 9 e 10 ottobre si è svolta a Cordova, Spagna, una conferenza sull'islamofobia organizzata dall'Osce, l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Erano presenti delegazioni di tutti i 56 Paesi che compongono l'organismo e numerose organizzazioni non governative. Ne è risultato un documento intitolato «Dichiarazione di Cordova contro l'islamofobia», con il quale i sottoscrittori si sono impegnati a difendere gli islamici dall'odio e dai pregiudizi in qualsiasi loro manifestazione. «Gli atti fondati sull'intolleranza e la discriminazione nei confronti dei musulmani devono essere condannati senza riserva» si legge all'inizio della Dichiarazione, che in seguito specifica: «La prima responsabilità nella gestione di atti di intolleranza e discriminazione contro i musulmani appartiene agli Stati, i quali devono promuovere e facilitare un dialogo aperto e trasparente inter-religioso e inter-culturale che tenda alla tolleranza, al rispetto, alla comprensione, alla promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, alla battaglia contro pregiudizi e forme di discriminazione».

Tra i discorsi pronunciati durante la conferenza, le agenzia di stampa hanno evidenziato quello di monsignor Antonio Canizares, vicepresidente della Conferenza Episcopale spagnola, il quale ha ricordato il dovere di accoglienza delle reciproche diversità, che implica il rispetto di forme fondamentali di espressione religiosa come il velo per gli islamici; quello di Miguel Angel Moratinos, ministro degli Esteri spagnolo e presidente di turno dell'Osce, che ha raccomandato soprattutto di rifiutare qualunque identificazione dell'Islam a terrorismi ed estremismi; e quello di Fernandez Bermejo, ministro della Giustizia spagnolo, che ha invitato a «privare di qualsiasi legittimazione intellettuale il fenomeno dell'islamofobia per evitare che si ripeta una situazione come quella dell'antisemitismo che portò nel secolo scorso all'Olocausto».

Tanto allarme per la condizione dei musulmani nei Paesi dell'Osce sembrerebbe eccessivo. Non si direbbe che in essi il clima culturale sia tale da temere il radicarsi di pregiudizi come quelli antisemiti che portarono all'Olocausto. Eppure le voci in tal senso si stanno improvvisamente moltiplicando. Qualche giorno prima dell'inizio della conferenza, la Commissione per i diritti umani dell'Arabia Saudita ha annunciato che solleciterà le proprie controparti europee a chiedere ai rispettivi governi di non collegare il terrorismo all'Islam e di emettere delle linee guida per proteggere i musulmani dal pregiudizio e dalla discriminazione a causa della loro fede. La Commissione si dice preoccupata per le violazioni dei diritti umani in Europa, dove «i musulmani sono ingiustamente interrogati, trattati con scarso rispetto, abusati fisicamente o mentalmente» e ha chiesto provvedimenti «qualora non venga loro permesso di praticare liberamente la loro fede come nel caso delle ragazze musulmane a cui viene impedito di indossare il proprio hijab in alcune scuole» («AsiaNews», 4 ottobre 2007). L'atteggiamento degli europei verso i musulmani sarà discusso di nuovo al Secondo Dialogo Arabo-Europeo sui diritti umani e il terrorismo in programma a Copenaghen, Danimarca, dal 21 al 23 ottobre. Vi parteciperanno anche due membri della Commissione saudita, i portavoce della quale hanno detto di considerare particolarmente significativo che il Dialogo si svolga proprio in Danimarca, dove ebbe origine la controversia sulle vignette dedicate al profeta Maometto.

Eppure l'impressione della gente comune, almeno in base alle notizie fornite ogni giorno dai mezzi di comunicazione più accreditati, è che nel mondo la maggior parte delle violazioni dei diritti umani subite dagli islamici siano da attribuire agli islamici stessi e comunque non agli europei. In Algeria, dove l'intolleranza islamista ha già ucciso più di 100.000 persone, negli anni '90 si sgozzavano per strada le ragazzine che osavano recarsi a scuola senza velo e i bambini che non sapevano pronunciare correttamente le preghiere. Il Rhamadan, il mese islamico del digiuno, si è concluso nel sangue non in Europa, ma ad esempio in India, così spesso citata come modello di multiculturalità e democrazia, dove una bomba è esplosa nel santuario musulmano sufi di Ajmer, nel Rajasthan, e dei militanti islamici hanno assalito una caserma a Srinagar, capitale del Kashmir.

! Anna Bono
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