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6 marzo 2008
 
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Romano in trincea

di Cristoforo Zervos - 13 ottobre 2007

Ormai accerchiato, chiuso nella sua trincea e senza via d'uscita, Romano Prodi non può far altro che cercare di salvare il salvabile, con mezzi che certo non assomigliano ad un progetto di sortita in grande stile. Con l'elmetto ben allacciato, il Professore ha infatti risposto seccato alle critiche che gli sono state rivolte dalla Ue circa la linea economica scelta per far uscire l'Italia delle acque paludose. Le parole del presidente del Consiglio sono risuonate come quelle di un ragazzino capriccioso che giustifica di fronte al mondo intero la sua buona fede ed il rigore delle sue scelte: «L'Italia è rigorosa nel rispettare le promesse fatte all'Unione Europea, tanto che la Finanziaria 2007 è stata di lacrime e sangue per correggere velocemente l'altissima crescita della spesa pubblica durante il governo Berlusconi. Ma oggi, per piacere, lasciateci governare». Il dramma della sinistra che ancora non riesce a trovare una propria identità, la mancanza di argomentazioni plausibili ed il solito capro espiatorio berlusconiano, sempre pronto a fuoriuscire a seconda della convenienza, sembrano ormai essere i leitmotiv che accompagneranno questo esecutivo al patibolo.

Dal palazzo Justus Lipsius di Bruxelles un Professore piccato ha ribadito la sua esigenza di essere lasciato in pace per poter lavorare e ha affermato che la linea economica del Paese la decide lui, rispondendo così alle critiche arrivate da Joaquin Almunia e dalla Commissione Europea. Certo si fa fatica a costruire una linea di difesa solida, perché se è vero che da un lato un po' il debito è calato (solo grazie a fatti congiunturali che esulano dalle scelte economiche del governo), dall'altro non si capisce quali potrebbero essere le ricette per un governo mummificato da una maggioranza che non riesce mai a mettersi d'accordo su nulla, con una spesa pubblica mai così alta (che vanifica il timido calo del debito) e con un Senato che, più che un sala decisionale, sembra ormai aver preso le sembianze di una sala d'attesa prima di partire per un lungo viaggio. Speriamo di sola andata.

Alla «crepa» di Bruxelles si è sommata anche la relazione del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, il quale non ha certo sprecato elogi per la linea economica dell'esecutivo in carica, descrivendo per bene come la Finanziaria 2008 non riduca la spesa pubblica mantenendo sostanzialmente elevata la pressione fiscale. Impossibile in questo caso una linea di difesa, perché troppa l'evidenza della verità nelle parole di Draghi, che sottolineano i «modesti» risultati sui conti pubblici nonostante l'extragettito accumulato in questi due anni. Se nei passati 5 anni di governo della Casa delle Libertà (in piena congiuntura negativa) il governo Berlusconi alla fine era riuscito a non complicare troppo le cose, così non si può dire di questo esecutivo, che con una economia che tira e con un extragettito importante è solo riuscito a cambinare guai, mettendo in campo scelte economiche totalmente sbagliate.

Per Draghi spesa e entità del tesoretto destano «perplessità» anche tenendo conto dei report della Corte dei Conti, che dà un giudizio severo della manovra e chiede chiarimenti sul calcolo delle entrate, perché quelle risorse in più, destinate in larga parte a maggiori spese, potrebbero risultare a fine anno inferiori di 3,6 miliardi rispetto alle stime. Le ragioni dei timori del governatore sono state spiegate in maniera dettagliata e scrupolosa, con l'aggiunta dell'enorme preoccupazione riguardo la possibile riforma del welfare, dove un innalzamento dell'età pensionabile (come succede del resto in tutta Europa) è prioritaria. La sfida, secondo Draghi, sta nel «rallentare in modo forte la spesa primaria corrente e nel ridurre il carico fiscale su lavoratori ed imprese. La decisione di posticipare ancora gli interventi sulle spese accresce le manovre correttive necessarie per il raggiungimento del pareggio nel 2011». Che, tradotto, significa: nuove tasse all'orizzonte.

Per Draghi, inoltre, vi è il rischio che in futuro condizioni cicliche più difficili possano rendere ancora più complesso il risanamento oggi posposto. Lo stesso Tullio Lazzaro dalla Corte dei Conti aveva pochi giorni fa lanciato l'allarme: «Perplessità non possono che accentuarsi in presenza di una reiterazione della decisione di non destinare l'extragettito emerso in settembre a riduzione del disavanzo tendenziale e del debito; decisione che tra l'altro viola il principio fissato dallo stesso governo in sede di Dpef di una copertura dei maggiori oneri esclusivamente con correzioni di spesa». Ha continuato Lazzaro: «Tenendo conto dell'andamento di tutte le entrate correnti o dell'aggregato che comprende solo le entrate tributarie ed i contributi sociali, va chiarito come sia stato calcolato l'extragettito, perché in base al monitoraggio condotto dalla Corte dei Conti risulta un andamento fortemente negativo delle entrate erariali extra tributarie». Insomma, persino rispetto alle entrate (cavallo di battaglia della sinistra) si hanno perplessita e non si capisce come siano stati fatti i conti.

La situazione del governo, dunque, che assomiglia sempre di più a quella di una nave che affonda, rende quanto mai opportuna una sterzata verso il ritorno degli italiani alle urne. Nella politica di Romano Prodi, dove ormai il ricorso alla esclusiva valenza mediatica dell'annuncio senza riscontri reali è diventato un dato di fatto, urge davvero una soluziona diversa che non metta a repentaglio la credibilità dell'Italia.

Cristoforo Zervos

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