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Dio nel cervello o cervello in Dio?di Fabrizio Gualco - 24 ottobre 2002 Andrew Newberg è professore di Radiologia presso il dipartimento di medicina nucleare dell'università della Pennsylviania. Eugene d'Aquili, morto nell'agosto 1998 - prima che questo libro fosse terminato - ha svolto una ventennale attività di docenza e ricerca presso il dipartimento di psichiatria della stessa università. Vince Rause, scrittore e giornalista freelance, collaboratore fisso del Discorevy Channel Ondine nonché collaboratore di testate quali il "New York Time Magazine e il "Philadelphia Inquirer", ha innestato stilisticamente un tono divulgativo ai risultati scientifici dei due professori. Newberg e d'Aquili fruiscono delle risorse più avanzate che la tecnologia mette a disposizione della ricerca medica. Uno dei mezzi che permettono questo tipo di rilevazioni è la SPECT (acronimo di single-photon emission computer tomography - tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli). Solitamente impiegata per la diagnosi di patologie tumorali e comunque degenerative riguardanti l'area cerebrale, la SPECT consente, attraverso un liquido di contrasto iniettato nelle vene del diretto interessato, di visualizzare la differenza di "intensità" di lavoro compiuta dai vari gruppi di neuroni. Gli autori hanno compiuto alcuni esperimenti scientifici monitorando in tal modo l'attività cerebrale di monaci tibetani e suore francescane colta al culmine della loro attività di meditazione e di preghiera. Da questa prospettiva, i ricercatori hanno rilevato che durante le pratiche meditative e le attività di preghiera la vita del cervello si concentra maggiormente in alcune aree cerebrali lasciando "al buio" certe altre, come ad esempio la zona posteriore dell'encefalo - preposta al governo della percezione dell'io e del mondo. Partendo da tali presupposti si giunge ad affermare che la fenomenologia religiosa può essere interpretata attraverso la neurologia, sulla scorta dei dati empirici che essa può fornire al riguardo. Non si nega il legame possibile fra l'esperienza mistica e religiosa e l'ambito scientifico della neurologia. Affermare che in una parte del cervello esiste traccia dei momenti della preghiera e dell'esperienza mistica, di per sé, sembra non essere in contrasto né con i dettami della ragione né con quelli della fede. Sarebbe però diverso, nonché tristemente riduttivo (non solo da un punto di vista scientifico, ma anche e soprattutto da quello antropologico e spirituale) se una tale constatazione portasse a pensare che è il cervello a creare la fede e, per estensione, Dio. In altre parole che Dio sia creazione del cervello e non il cervello creazione di Dio; che Dio sia nel cervello perché del cervello. Oppure che Dio sia nel cervello e non il cervello in Dio. In tal caso ci si troverebbe davanti ad una situazione per la quale non vi sarebbe l'esigenza di ricorrere all'ausilio di strumentazioni tecnologiche dell'ultima generazione, ma basterebbero argomentazioni d'indole materialistica, magari della qualità di quelle espresse a suo tempo da Feuerbach, laddove tutto ciò che assume connotazioni meta-fisiche viene ridotto a proiezione dell'uomo, a mezza via fra l'illusorio ed il volontaristico: un uomo non certo esortato alla ricerca della verità trascendente ed al dialogo interiore con essa, bensì nel migliore dei casi pungolato dall'esigenza di attribuire ad un ente inesistente tutto ciò che l'uomo stesso non è. Dire, ad esempio, che l'assorbimento dell'io all'interno di qualcosa di più vasto scaturisce da eventi neurologici è diverso dal dire che l'esperienza del divino possa essere registrata anche dall'attività cerebrale. Che l'evento spirituale possa parzialmente tradursi in fenomeno cerebrale e, come tale, registrabile da apparecchiature tecnologiche avanzate non significa dire che il cervello, di per sé, sia il creatore ed il luogo originante di tale evento: come se l'esperienza mistica, alla quale l'uomo partecipa con tutto se stesso, si potesse ridurre ad una DATA dinamica neuronale. La presenza della "traccia" indica un discorso di elaborazione piuttosto che di creazione. Significa che l'attività cerebrale "risponde" a determinate "domande": ma la natura di queste domande rimane sostanzialmente incognita e misteriosa. Al fondo, si scopre che il fondo non c'è. Le ricerche di Newberg e D'Aquili propongono ottimi spunti di riflessione affinché la ricerca fra una sempre maggiore interazione fra scienza e teologia possa svilupparsi al meglio. Ma il discorso rimane aperto. Forse il maggior pregio del libro che ospita i risultati del pluridecennale lavoro dei due studiosi (cfr. Andrew Newberg-Eugene d'Aquili: "Dio nel cervello", Mondadori, Milano 2002) è quello di contenere il resoconto di un certo numero di esperimenti, attuati per un certo numero di volte, durati per un certo numero di anni. Tali risultati, a meno che qualcuno non li voglia interpretare pro domo sua, rappresentano contributi di una certa importanza, e come tali degni di considerazione. Considerazione, non assunzione acritica: elementi da tenere in debito conto poiché possono essere considerati come pezzi di un puzzle infinito, ma di certo non come il puzzle stesso. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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