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L'antiamericanismo premia Al Gore, nuovo Nobel per la Pace

di Stefano Magni - 13 ottobre 2007

Il Nobel per la Pace è diventata un'istituzione strana. Nel 1973 lo assegnarono al ministro degli esteri nordvietnamita Le Duc Tho, uomo che amava affermare: «Non si è colpevoli se si trovano le prove. Si è colpevoli se il Partito ti giudica colpevole». Una visione pacifica della giustizia che legittimò fucilazioni di massa e campi di rieducazione. Nel 1993 fu assegnato a un altro grande uomo di pace: Yassir Arafat, che di lì a sette anni avrebbe buttato al macero gli accordi di Camp David per scatenare la più grande offensiva terroristica della storia contro i civili israeliani. Nel 2004 fu premiata la biologa keniota Wangari Maathai, che sbianca di fronte ai suoi nobili predecessori, ma comunque è riuscita a distinguersi nel dibattito politico con perle come questa: «Ci viene detto che l'Aids viene dalle scimmie. Sciocchezze: noi africani abbiamo sempre vissuto con le scimmie, senza conseguenze, mentre ora siamo proprio noi ad essere sterminati da questa epidemia più di ogni altro popolo nel pianeta. È ovvio che sono stati creati agenti di guerra biologica per cancellare intere popolazioni: del resto è questa la motivazione che ha spinto a invadere l'Iraq».

Il Nobel per la pace del 2007, l'ex vicepresidente statunitense Albert Arnold «Al» Gore, può sembrare un'eccezione dopo questa schiera di vincitori che hanno combattuto contro gli Stati Uniti, con le armi in pugno o almeno a parole. In realtà non si tratta affatto di un'eccezione, perché Al Gore, da quando è stato battuto per un pugno di voti da George W. Bush nelle elezioni presidenziali del 2000 è diventato il principale paladino americano dell'antiamericanismo più viscerale e ideologico. Truccando le carte, giunge a definire gli Stati Uniti «il Paese più inquinante del mondo», dimenticando che le sole acciaierie cinesi producono il 51% delle emissioni di anidride carbonica di tutte le fabbriche del mondo e che, fino a sette anni fa gli Stati Uniti erano governati... proprio da lui.

Al Gore si è presentato al grande pubblico con il documentario Una verità scomoda, presentato a tutti come film educativo. Al punto che il premier britannico, l'ultra-politically-correct Gordon Brown, lo ha addirittura imposto alle scuole del regno come parte di un programma di (ri)educazione delle masse ai temi dell'ecologia. Però è proprio dalla Gran Bretagna che è arrivato il primo schiaffo ufficiale alle tesi presentate dall'ex perdente Al Gore. Infatti, un genitore indignato dal programma di rieducazione del figlio, ha fatto ricorso alla Alta Corte e quest'ultima gli ha dato ragione. Il giudice Michael Burton ha emesso una sentenza che parla chiaro: «Sebbene le tesi esposte nella pellicola trovino le loro basi nella scienza, la stessa scienza, messa nelle mani di un abile comunicatore e uomo politico, è utilizzata per dar vita a un messaggio politico e per sostenere un programma politico». Il pool di esperti messo insieme dal magistrato ha rilevato diversi errori macroscopici nel documentario di Al Gore. Buona parte degli esempi mostrati dalla pellicola (quali: lo scioglimento del ghiacciaio del Kilimangiaro, l'uragano Katrina, il prosciugamento del lago Ciad e l'estinzione dei coralli) sarebbero del tutto sbagliati, in quanto non correlati al surriscaldamento del clima. Certe previsioni come la deviazione della Corrente del Golfo, lo scioglimento dei ghiacci groenlandesi e la crescita del livello delle acque sono state del tutto sconfessate dagli esperti. Alcuni episodi suggestivi del film, come la morte per annegamento di un gruppo di orsi polari, «non sarebbero dovuti allo scioglimento dei ghiacci artici, come sostenuto dalla pellicola, ma all'abbattersi di una tempesta particolarmente violenta» sul Polo Nord. Le affermazioni di Una scomoda verità sono state dichiarate «scientificamente non dimostrabili» e alcune di esse sono «false».

A difesa di Al Gore, semmai, si può sempre dire che: non ha vinto un premio Nobel per la fisica, ma per la pace. Ma anche in questo caso, i Serbi potrebbero obiettare che Al Gore è proprio il vice-presidente che ha autorizzato, assieme a Bill Clinton, i bombardamenti sulla Bosnia serba e sulla Serbia, rispettivamente nel 1995 e nel 1999. Condivisibili o meno, si tratta di bombardamenti che hanno provocato molte più vittime civili di quanto non ne abbia provocate la campagna combattuta da Israele nel 2002 contro le basi dei terroristi di Al Fatah, un'operazione militare che aveva indotto il comitato a Oslo a proporre il ritiro del Nobel per la pace a Shimon Peres.

Non si capisce, dunque, con quale logica sia stato assegnato questo premio, se non per pura faziosità anti-americana, questa volta resa ancora più subdola dall'aver premiato un nemico interno all'America. Visti i precedenti Nobel per la pace, non si tratta solo di una faziosità temporanea, ma di un odio ideologico profondo e coerente. Se, negli anni ‘70, venivano privilegiate figure campione dell'egualitarismo socialista e comunista che si battevano contro il sistema capitalista, oggi sono privilegiati personaggi che sono sempre anti-capitalisti, ma nel nome dell'ecologismo. Wangari Maathai è una teorica dell'ecologismo più radicale, ritiene che la civiltà occidentale, il capitalismo e le religioni monoteiste siano condannabili dalle loro stesse fondamenta perché sanciscono il primato dell'uomo sulla natura, mentre, secondo la biologa keniana, l'uomo deve essere sottomesso alla natura. Anche Al Gore, uomo molto più pratico e meno ideologizzato, sostiene una visione del mondo simile: l'Occidente, il suo sistema giuridico fondato sulla proprietà privata individuale e il suo sviluppo capitalista, è visto come il cancro del pianeta.

La «pace», secondo questa visione del mondo, riveste un altro significato rispetto a quello tradizionale di assenza di violenza tra gli individui. Il filosofo oggettivista Robert James Bidinotto, nel suo The Green Machine ci ricorda quali siano le basi della filosofia politica ecologista: «Il filosofo norvegese Arne Naes afferma che gli individui non esistono, ma fanno parte di un più ampio ecosistema. L'ecologismo "ingenuo" dei principali gruppi ambientalisti, sosteneva Naes, era ancora antropocentrico, o omocentrico. Mirerebbe solamente alla preservazione dell'ambiente a vantaggio dell'uomo. L'ecologia "profonda", invece, deve condurre a una visione di "egaulitarismo biosferico", in cui sono imposti uguali diritti a tutti gli organismi esistenti». Secondo questa visione dell'ecologismo politico, di cui Wangar Maathai e Al Gore (ma anche Michail Gorbachev e tanti altri) fanno parte, la pace tra gli uomini è solo un epifenomeno di un più ampio equilibrio dell'ecosistema.

L'attuale presidente George W. Bush è l'incarnazione del male per questo giro di politici, proprio perché è dichiaratamente cristiano, sposa una visione antropocentrica del mondo (prima l'uomo, poi la natura), è liberista in economia e non si piega ai diktat della comunità internazionale che vorrebbe imporgli il rispetto del protocollo di Kyoto. Un premio ad Al Gore è un chiaro messaggio politico in questo senso, un modo per opporre al successore di Bush un avversario dotato di credenziali internazionali. Ma questa mossa, negli Stati Uniti, può rivelarsi un boomerang. Gli americani non sono europei. Mediamente l'elettore degli Stati Uniti non sceglie un candidato che ha ottenuto crediti in un altro paese, di un altro continente, ottenuti per merito di una campagna (quella ecologica) che viene percepita dall'opinione pubblica statunitense come nuova forma di snobismo intellettuale. Un'eventuale candidatura di Al Gore può sparigliare le carte di Hillary Clinton, che sinora ha dominato il gioco all'interno del Partito Democratico. Ma molto più difficilmente porterà a una sconfitta dei Repubblicani.

! Stefano Magni
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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