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Quel che manca al migliore degli Islam

di Antonio Iannaccone - 18 ottobre 2007

Il 13 ottobre, ad un anno ed un mese dalla lezione di Ratisbona di Papa Benedetto, 138 autorità islamiche «di buona volontà» si sono riunite per rispondere in modo compiuto (una prima risposta c'era stata già un anno fa) alla benevola domanda-sfida lanciata dal pontefice in quell'occasione e cioè se l'Islam, come il Cristianesimo, accettasse la ragione come punto di partenza per un dialogo vero tra le religioni. Da questo incontro è nata una lettera corposa e argomentata (che i lettori possono trovare in versione integrale sul sito www.acommonword.com) peraltro nel silenzio più assoluto dei media, i quali evidentemente sono interessati al dialogo religioso solo quando questo è funzionale a qualche «sinistro» potere. Innanzitutto occorre dire che il documento appare un tentativo di andare davvero nella direzione richiesta dal Papa: tutta la lettera tende ad argomentare che l'incontro tra Islam e Cristianesimo è possibile sulla base di una «parola comune», la quale è l'«amore» dovuto a Dio e agli uomini, sia per il Corano che per l'Antico Testamento, ma anche per il Nuovo Testamento, laddove Gesù invita ad accogliere i due comandamenti come il fondamento della Legge.

Eppure, a guardar bene, anche in questa descrizione dell'Islam che probabilmente è la più alta concepibile, vi è una «mancanza» gigantesca: da nessuna parte, nel documento, c'è un cenno all'ipotesi che «Dio ami l'uomo». L'uomo deve amare Dio e i fratelli, ma non è amato (o comunque è impossibile dirlo, anzi, forse, è inaudito dirlo, rimanendo coerenti alla logica di assoluta trascendenza del Divino che il documento coerentemente presenta). Il lettore è sfidato a cercarlo: non vi è nemmeno un singolo punto, anche piccolissimo, nella lunga lettera, dove si alluda a questo. Ebbene, per quanto lo si cerchi, non lo si troverà perché, come sta scritto nel documento stesso, «Dio ordina alle persone di temerLo il più possibile e ascoltare (e così comprendere il vero); di obbedire (e così di volere il bene) e di dare (e così di esercitare l'amore e la virtù), che, Egli dice, è la cosa migliore per le nostre anime». «Dio ordina»: qui c'è tutto l'Islam, nel bene e nel male. Qui sta il suo dramma di proporre un «dovere assoluto» nell'epoca del trionfo della libertà (anche sconsiderata e senza significato, certo). Un dramma accentuato dal fatto che, sebbene riproponga il medesimo precetto dell'antico Israele, è preclusa a priori anche la speranza di un Messia che a questi precetti dia il senso agognato, ovvero il «perché».

Proprio questo dramma fa capire, dall'altro lato, quale sia la novità del Cristianesimo, che rispetto all'Islam vive il dramma opposto, cioè quello di aver dimenticato quel «perché» che l'Islam invece si preclude. E questo «perché» ha un nome: Cristo. Egli rappresenta il «perché» tanto agognato dall'uomo e solo in Lui è possibile cogliere quella mancanza gigantesca di cui si diceva sopra, cioè che Dio ama l'uomo, infinitamente, realmente. In Cristo siamo «chiamati per nome» - ogni singolo io - ad aderire ad una proposta di bellezza. Non siamo chiamati «servi», ma «amici». E ad un amico viene detto il «perché» di ogni singola richiesta: ecco la «ragione» cui accennava Papa Benedetto nel discorso di Regensburg. E non è una «superiorità» annunciare questo, perché non si tratta di un merito che deriva da un nostro sforzo religioso o morale o intellettuale. No, è semplicemente un sì detto ad un avvenimento eccezionale, unico, immenso, che non si può tenere nascosto: Dio si è fatto uomo per rendere visibile nella carne questo amore infinito all'uomo.

Oggi non è facile dire questo; si viene accusati di integralismo che vuole imporre le proprie idee, che non concede nulla al presunto «avversario religioso». Eppure, se i cristiani non lo facessero, che «amici» sarebbero?

! Antonio Iannaccone
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