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numero 280
6 marzo 2008
 
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Raymond Aron
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Realismo e verità, astrattezza ed illusione

di Fabrizio Gualco - 24 ottobre 2002

La persona possiede il diritto e il dovere di inserirsi pienamente nel momento storico ad essa contemporaneo. Sia attraverso l'azione che per mezzo del pensiero, rientra nelle possibilità ontologiche di ogni individuo la conoscenza, seppur imperfetta, di sé e del mondo in cui vive. Se vediamo la cosa da un punto di vista intellettuale, possiamo constatare che tale inserimento possiede una connotazione "critica". E criticare significa fruire nel modo più intelligente delle facoltà di giudizio che ognuno costitutivamente possiede.

Il rapporto personale che ognuno intrattiene con la realtà implica giudizi, valutazioni, prese di posizione che interessano la persona, la società, la politica. Il rapporto con la realtà, visto dalla prospettiva del giudizio e della valutazione, è un esercizio quotidiano che ognuno compie quasi senza sosta. Come tale, può concretizzarsi principalmente in due modi: l'uno costruttivo, realistico, ragionevole; l'altro distruttivo, utopistico, violento. Il primo è posto sotto il segno di un sano realismo. Il secondo è segnato, sin dall'inizio, dall'astrattezza.

Di fronte alla storia, ognuno elabora una propria filosofia. Ed in molte filosofie della storia esiste un margine di plausibilità. Pur senza dar niente per scontato, in ogni teoria esiste una misura di verità di cui è doveroso tenere conto. L'importante è non accettare le cose a scatola chiusa, nemmeno se la confezione appare la migliore delle apparenze possibili. Aron pone la verità come fondamento del pensiero e garanzia di un retto giudizio sul mondo a noi contemporaneo. L'amore per la verità, oltre ad una naturale avversione per la menzogna, comporta la possibilità di comunicare e di esprimersi attraverso la formulazione di giudizi autonomi, non dogmatici, liberi. Giudizi magari imperfetti - del resto il giudizio è un'espressione umana, e dunque fallibile - ma credibili, perché intellettualmente onesti, non contaminati da pregiudizi mentali o residui ideologici.

Giudicare le cose in modo realistico comporta l'onesta intellettuale di chiamare le cose con il proprio nome: significa anche riconoscere, accanto all'esistenza di idee e principi, la presenza dei fatti. Giudicare in modo astratto significa paragonare realtà concrete non con altre realtà, ma con elementi avulsi dal reale: fino al punto in cui l'astrattezza diventa la qualità dominante del giudizio.

L'astrattezza mentale, matrice di ogni utopia, coincide in pratica con la predisposizione a giudicare uomini, cose ed istituzioni come se non facessero interamente parte del reale concreto in cui si vive. La vita della mente si riduce a leggere la realtà delle cose alla luce di astrazioni, come se per misurare la realtà esistessero solo idee immateriali e non fatti concreti.

La lettura del reale, se operata attraverso una strumentazione dotata quasi esclusivamente di idee astratte, produce risultati miseri e pericolosamente illusori, fondati su visioni del mondo sostanzialmente negative, prive di costruttività ed onestà intellettuale. Non a caso gli ideologi, che rifiutano il concreto per votarsi quasi interamente all'astratto, «sono, in ogni campo, pronti a trasfigurare opinioni o interessi reali in una teoria» (R. Aron, L'oppio degli intellettuali, Ideazione Editrice, Roma 1997, p. 202). L'ideologo non interpreta lo stato di cose in cui vive - e che magari gli permette pure di vivere bene - ma lo critica da moralista: ossia come colui che, per "partito preso", contrappone a ciò che è ciò che dovrebbe essere. Invece di predisporsi alla verità, opera nel senso di una sua mistificazione.

Attraverso la critica negativa del presente, anche se giustificata per via retorica e nominale come costruttiva, l'ideologo fugge da un presente considerato in un certo modo impuro. Ciò che è, è sempre e comunque peggiore di ciò che potrebbe essere. Perciò la realtà concreta e quotidiana va rifiutata in nome di ciò che è a-venire: anche se non si conoscono le conseguenze di tale rifiuto, né i mezzi per poter attuare concretamente il tanto decantato avvenire. Non a caso le «ideologie politiche mescolano sempre, in modo più o meno felice, giudizi di fatto e giudizi di valore. Esprimono una concezione del mondo e una volontà rivolta all'avvenire; non sono direttamente soggette all'alternativa tra il vero e il falso, né si fanno condizionare dai sensi» (R. Aron, L'oppio degli intellettuali, cit. , p. 226).

Saccenza ed ignoranza sono montagne che partoriscono topolini, che da un lato lacrimano come coccodrilli e dall'altro mordono come lupi: l'ideologo diventa il confidente inaffidabile di una "provvidenza" priva di fondamento, che egli stesso crea mentalmente, un po' come la Donna Prassede dei Promessi sposi di Manzoni, la quale, «come diceva spesso agli altri e a sé stessa, tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch'era di prender per cielo il suo cervello» (cfr. A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXV, qualsiasi edizione).

Aron afferma che «il successo arride a quelli che trasfigurano il passato o il futuro: dubito che nel nostro tempo sia possibile difendere impunemente l'opinione moderata secondo la quale il presente per molti versi non è peggiore né migliore delle altre epoche». (R. Aron, L'oppio degli intellettuali, Ideazione Editrice, 1997, p. 205) In effetti, in certi ambienti, difendere una cultura della ragionevolezza - come fa Aron - può essere considerato da alcuni come atto riprovevole: quasi uno psicoreato, direbbe l'Orwell di 1984.

Sia del punto di vista della teoria, sia da quello della prassi, secondo Aron la verità non può essere dimostrata nella sua interezza: ma solo ad un pensiero rivolto alla verità è DATA la possibilità di proporre, partendo da quel che si sa, soluzioni costruttive e decisioni realistiche. Per l'uomo il pane è importante e necessario tanto quanto la consapevolezza che non si vive solo per mangiare. Ma pensare il futuro non significa inquinare la mente con illusioni ideologiche, o con miraggi di sempre nuovi Eldorados, fantastici quanto utopici.

Parafrasando il Montesquieu de Lo spirito delle leggi, si potrebbe affermare che una delle più auspicabili fortune, per un uomo, è quella di guarire sé dai propri pregiudizi, ed in questo riuscire ad essere un esempio, anche indiretto, per i propri simili. La condizione fondamentale affinché la persona possa pensare al futuro e nutrire in esso una fiducia ragionevole, è quella DATA dalla possibilità di riporre «fiducia al tipo di pensiero che offre un'occasione alla verità» (R. Aron, Memorie di mezzo secolo, Mondadori, Milano 1982, p. 303), esercitando il proprio senso critico nei confronti di ciò che appare utopistico e frutto di false profezie.

Offrire un'occasione alla verità significa principalmente predisporsi a cogliere la differenza fra illusione e speranza, fra l'istintività di chi si abbevera a qualsiasi fonte pur di placare la propria sete, e la ponderatezza fondata sulla coscienza dei propri limiti intrinseci, che in quanto tale della sete non elimina il senso, ma rende capaci di orientarlo nel modo più consono alla verità di se stessi e delle cose che rientrano nel campo del nostro giudizio.

La verità fonda la possibilità di pensare il futuro in modo tale da progettarlo alla luce del qui ed ora, senza al contempo nutrire in esso illusioni esagerate. Sotto questo aspetto, pensare il futuro diventa parte integrante del vivere il presente.

Fabrizio Gualco

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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