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Il pugnale del revisionismo

di Gabriele Cazzulini - 27 ottobre 2007

«Non fu così terribile». Quindi 2974 morti non sono una tragedia. Non conta neppure il fatto che fossero civili? Evidentemente no. Per Doris Lessing, fresca laureata Nobel per la letteratura, la tragedia dell'11 settembre non è così profonda da giustificare la guerra in Afghanistan e Iraq. E' un'affermazione perdonabile ad un uomo dalla mentalità ruvida e imbottita di sonniferi. Anche un premio Nobel non è esente da stati confusionali. Però le sue sciocchezze echeggiano molto più estesamente che le sciocchezze di un uomo qualunque. Allora iniziano a spargersi le tossine del revisionismo che uccide due volte le stesse vittime perché cerca di contraffarne la tragedia, di seppellire il ricordo dei morti insieme alle responsabilità dei vivi. Le opinioni sono dure quanto la pioggia sulla strada. Ma quando picchiano tutte sullo stesso punto possono uccidere. Sono passati solo sei anni e già l'11 settembre deve fronteggiare i suoi revisionisti che iniziano a prendere la gomma per cancellare i numeri, spostare i dati, riscrivere la realtà sulla pelle dei morti e dei vivi.

Parla il premio Nobel e risponde Paddy Ashdown, uno dei decani dell'alta politica inglese. In sostanza Lord Ashdown considera fallita la guerra in Afghanistan. Questa è la motivazione con cui ha rifiutato di assumere l'incarico di «super inviato» a Kabul. Lord Ashdown è abituato ad operare in contesti critici, come la Bosnia, e a riconoscere le crepe che nascondono burroni. Eppure ha gettato la spugna con una arrendevolezza incredibile. I fenomeni che troncano un'epoca felice per produrne un'altra dal volto incerto finiscono con lo scuotere bruscamente gli animi e prima o poi scattano le reazioni difensive di chi riduce, lima, smussa, affievolisce quella tragedia soltanto per un bisogno di rimuoverla e quindi rimuovere tutte le ansie sprigionate. E' un comportamento molto umano e perciò tollerabile. Le guerre sono estenuanti e quando la guerra al terrorismo illude ognuno di poter continuare la propria vita come se niente fosse perché non arrivano cartoline precetto e sopra al cielo non volano aerei nemici, allora la psicologia tende a diminuire quella minaccia. Se non lo facesse, le coscienze sarebbero costrette a rinunciare al torpore dell'indifferenza per animarsi di fronte alla realtà. Ma e' una spiegazione consona al lettino di uno psicologo. Fuori la soglia di sopportazione è molto più bassa. Non occorre trasformarsi in eccitati paladini che invocano nuove crociate contro gli infedeli - sarebbe come abbassarsi al loro livello. Però sminuire le tragedie e parlare di sconfitta quando i soldati sono ancora vivi sul campo di battaglia è come uccidere Abele.

E' l'autolesionismo di quell'Occidente follemente innamorato del dubbio e che preferisce immaginare l'«altro» nelle vesti di un oppresso piuttosto che in quelle di un nemico, e soprattutto prova piacere nell'auto-flagellarsi per colpe immaginarie. Forse Doris Lessing ha ragione quando afferma che la tragedia dell'11 settembre non fu così terribile, perché la coscienza occidentale resta così lontana dalla sua realtà che neppure 2974 morti sono bastati a rimettere la coscienza imbambolata dal multiculturalismo con i piedi sulla realtà di un conflitto sociale e religioso. Di fronte a questa tragedia e al vespaio di conflitti silenziosi che sono esplosi nel fragore dell'11 settembre, personaggi come Lessing e Ashdown, capifila di un'umanità abbarbicata al Novecento, premono per fare dietro-front. E' rassicurante non vedere il pugnale quando sta per trafiggere la carne. Però vederlo permette anche di salvarsi. Il revisionismo non è sempre un male quando corregge le storpiature. Ma quando diventa esso stesso un'arma adoperata per creare o ricreare distorsioni, non può che nuocere.

! Gabriele Cazzulini
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