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Il protocollo sul welfare e l'abolizione del job on calldi Antonio Maglietta - 6 novembre 2007 Il disegno di legge delega che recepisce il protocollo sul welfare, all'articolo 13, prevede l'abrogazione del job on call. Il job on call (o contratto di lavoro intermittente) è il contratto mediante il quale un lavoratore si pone a disposizione di un datore di lavoro che ne può utilizzare la prestazione lavorativa secondo i seguenti limiti:
E' vietato il ricorso al lavoro intermittente:
Nel corso dell'indagine conoscitiva in commissione Lavoro «Sulle cause e le dimensioni del precariato nel mondo del lavoro» è emerso che diversi rappresentanti delle categorie produttive ritengono il job on call uno strumento utile, a differenza di quello che pensano il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, e tutta l'area comunista del centrosinistra: Alberto Bombassei, vicepresidente per le relazioni industriali e gli affari sociali di Confindustria (audizione del 6 febbraio 2007): «I dati confermano come il part-time, così come il job sharing e il lavoro a chiamata, continuino ad essere strumenti messi a disposizione dal legislatore per rispondere a specifiche esigenze, espresse non tanto dalle imprese ma da singole persone che intendono, per propria scelta, conciliare il lavoro e, quindi, una forma di reddito, con altre attività lavorative o scelte di vita, nell'ambito della famiglia, dello studio, dello sport, della cultura o del tempo libero in generale». Luigi de Romanis, responsabile direzione lavoro della Confcommercio (audizione del 7 febbraio 2007): «Il lavoro a chiamata è molto usato, nel comparto in generale: proprio per questa caratteristica di variabilità della domanda, è ovvio che si tratta di uno strumento utilizzabile. In particolare nel settore del turismo, dove si hanno in singole giornate dei momenti di punta (pensiamo al ristorante, alle feste e quant'altro), il lavoro a chiamata è effettivamente già utilizzato in una certa misura». Elvira Massimiano, responsabile lavoro e relazioni sindacali della Confesercenti (audizione del 7 febbraio 2007): «L'altro istituto che, come vediamo dall'indagine, viene utilizzato soprattutto nel turismo è il lavoro a chiamata, che risponde ad alcune esigenze di flessibilità del terziario, ma in particolare del turismo. Si tratta, a nostro avviso, di un istituto che ha una sua valenza e che soprattutto, rispetto a categorie quali pensionati e lavoratori-studenti a basso rischio di elusione, deve avere una sua base di conferma. L'altro dato interessante è quello inerente ai co.co.pro, che rappresentano il 12,8% nel terziario: registriamo un calo, rispetto al co.co.co, che copriva il 18,7% nel 2003, mentre nel turismo copre il 3,9%, a fronte di un precedente 6,5%. Si assiste dunque ad un calo dell'istituto, a vantaggio di altri, quali appunto il lavoro a chiamata, che nel turismo sono maggiormente aderenti alle esigenze dell'impresa». Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dell'ordine dei consulenti del lavoro (audizione del 7 marzo 2007): «Giustamente, i commercianti hanno messo in evidenza che all'interno del terziario, dei pubblici esercizi, e del settore turistico (soprattutto in Emilia Romagna, che è una delle regioni dove si fa ricorso a quello strumento legislativo), è uno strumento utilizzato. Allora, su questa realtà possiamo eventualmente fare un'analisi. A mio avviso, se devo dare una valutazione come tecnico, dico che il personale interessato sfugge al controllo anche dei consulenti, poiché si tratta di lavoratori che operano soprattutto in piccole e piccolissime realtà, quali possono essere la pizzeria sotto casa, il bar o il ristorante, lavoratori che non hanno mai avuto una tutela contributiva. Allora, dal mio punto di vista, è meglio che, perlomeno per quella giornata di lavoro, il lavoratore abbia una copertura contributiva, assicurativa e antinfortunistica, piuttosto che nulla. Infatti, sono convinta che si tratti di forme lavorative residuali, che possono riguardare magari i giovani che vanno a lavorare il fine settimana per mantenersi gli studi e che quindi, in tal modo, hanno un contatto con il mondo del lavoro e cominciano a capire anche le norme che ne regolano i rapporti. L'alternativa è il lavoro in nero, perché di ciò si tratta». In pratica, è emerso che il job on call, per alcuni tipi di impiego, rappresenta l'argine contro il «lavoro in nero». Perché, allora, si vuole abrogare l'istituto del lavoro intermittente? La risposta è palese: per puri scopi ideologici e per interessi politici, dettati dalla volontà di accontentare le assurde richieste dell'area comunista del centrosinistra, per mantenere stabile la maggioranza parlamentare e quindi tenere in vita il governo Prodi. Pur di mantenere la poltrona, il presidente del Consiglio e i suoi ministri sarebbero disposti a qualsiasi accordo al ribasso, noncuranti del fatto che, in questo caso, il risultato dell'operazione sarebbe quello di favorire il «lavoro in nero». Antonio Maglietta |
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Ragionpolitica, periodico on line n.237 del 6/11/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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