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numero 280
6 marzo 2008
 
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Nucleare: in Italia si chiude, in Romania si apre

di Fabrizio Goria - 6 novembre 2007

L'inaugurazione di una centrale nucleare con il tricolore italiano che sventola sul reattore; sembra un'immagine da fantapolitica, una di quelle provocazioni che lasciano il tempo che trovano, oppure un romanzo ambientato nel 2080 o giù di lì. Invece no, quest'inaugurazione si è tenuta nell'anno di grazia 2007. Sì, avete letto bene, quest'anno è stato tagliato il nastro di una centrale nucleare sotto l'ufficiale vessillo verde, bianco e rosso. L'unico particolare è che tutto questo non è accaduto in territorio italiano. La centrale si trova in Romania, a pochi km dal Mar Nero, nella cittadina di Cernavoda. La bandiera italiana era giustificata dal fatto che quella centrale è stata costruita da ingegneri italiani, da una società italiana. Una delle poche società che ha mantenuto nel nostro Paese le competenze necessarie, un presidio tecnologico la cui importanza venne compresa solo dal governo Berlusconi, che ne costituì una società a sé stante, l'Ansaldo Nucleare, sotto l'ombrello del gruppo Finmeccanica, che ha dismesso da tempo i panni della holding finanziaria delle ex partecipazioni statali, per diventare una holding industriale quotata in borsa per il 66% del pacchetto azionario. Tant'è vero che l'inaugurazione del secondo reattore della centrale è avvenuta alla presenza delle più importanti autorità romene, ma in assenza di qualsiasi rappresentante del governo Prodi, pur invitato a presenziare l'evento. A salvare la forma era presente solo l'ambasciatore italiano in Romania; magra consolazione, considerati i rapporti diplomatici fra i due Paesi in questo periodo.

L'imbarazzo di pronunciare un qualsiasi discorso di fronte ad una centrale nucleare italiana, appena costruita, sarebbe stato troppo grande per un qualsiasi ministro dell'attuale esecutivo. Ma un altro fenomeno non deve essere sottovalutato. In un Paese dove oltre ad essere stati chiusi, ma non smantellati, gli impianti nucleari esistenti dopo il famigerato referendum del 1987, stanno chiudendo anche tutti i corsi d'ingegneria nucleare. L'Università di Pisa e pochissime altre realtà mantengono, con notevole fatica, corsi di questo tipo, anzi sembra che anche quei pochi rischino nel giro di pochi anni di essere chiusi. D'altronde è facile capire perché: senza sbocchi lavorativi nazionali è inutile specializzarsi in una materia del genere. Ma questo comporta la sempre più evidente mancanza d'ingegneri nucleari. Quelli esistenti o sono in pensione o ci stanno per andare. Se si osservano i Paesi emergenti, è spaventoso il rapporto fra Italia ed India riguardo al numero di laureati ogni anno nei vari indirizzi d'Ingegneria: il nostro Paese risulta nettamente inferiore ad un'India che registra 200mila nuovi ingegneri ogni anno.

Stridono quindi le aperture del Ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani in tema di «ricerca europea e internazionale sul nucleare di quarta generazione. Un nucleare in grado di risolvere la questione del combustibile irraggiato che potrà comunque diventare realtà in una prospettiva di medio-lungo periodo». Verrebbe da chiedersi polemicamente chi parteciperà a questa importante ricerca per conto dell'Italia. Eppure il presidio tecnologico nel settore nucleare nel nostro Paese poteva anche crescere, pur in assenza di centrali in funzione. Le centrali chiuse ormai vent'anni fa necessitano ancora del necessario decommissioning, dello smantellamento. Far ritornare i siti scelti a prato verde, vale a dire nelle condizioni di partenza, poteva essere l'opportunità per mantenere le competenze esistenti in materia e mettersi all'avanguardia in un settore sì specifico, ma estremamente importante. Il business sarebbe stato grande ed oggi l'Italia potrebbe mettersi a disposizione di tutti quei Paesi che vogliono bonificare i siti delle centrali ormai spente. Nemmeno questo si è stati in grado di fare.

Ben vengano la ricerca e i progetti relativi, ma con questi non si può creare occupazione. L'industria nucleare richiede lavoro per poter funzionare. Il lavoro c'è, le cattedrali nel deserto sono sparse in tante zone del nostro Paese, le competenze miracolosamente ci sono ancora, anche se lavorano da espatriate. Quelle che mancano sono le decisioni da parte di chi governa.

Fabrizio Goria

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Ragionpolitica, periodico on line n.237 del 6/11/2007
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