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numero 280
6 marzo 2008
 
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Pugno chiuso

di Stefano Doroni - 10 novembre 2007

Novantesimo anniversario della rivoluzione d'ottobre. Piazza Rossa di Mosca: il popolo comunista russo, ormai ridotto a una minoranza di vecchi nostalgici e di pochi giovani indottrinati, sfila per le vie e si raduna nella piazza tristemente famosa. Saluti a pugno chiuso. Sorge spontanea una riflessione: quando si radunano i nostalgici fascisti e fanno il saluto romano si scatena il putiferio, e la sinistra moralista e piagnona insorge contro l'apologia di regime, scandalizzata come Caifa nel Sinedrio. Ma quando a radunarsi sono i comunisti bisogna guardare e digerire in silenzio, perché, come dice Diliberto, puntualmente presente alla manifestazione moscovita, la rivoluzione russa ha liberato le masse operaie e contadine, rendendole protagoniste della loro storia e dando loro, in pratica, la dignità che gli mancava. Non c'è dubbio che sia un bel guadagno in dignità per un popolo venir tiranneggiato per decenni con l'uso sistematico del terrore! Perché di questo si è trattato, dovunque il comunismo si è affermato nel corso della storia. E la rivoluzione d'ottobre, in realtà una controrivoluzione estremista che ha strappato il potere al governo legittimo insediatosi in seguito ad una rivoluzione moderata, non ha fatto altro che dare il via libera a tutto quel terrore.

Il comunismo, infatti, non libera e non salva nessuno: questa è solo la sua menzogna, che perfino i comunisti di oggi, Diliberto in testa e poi giù fino alla maggior parte di quelli che scrivono manuali di storia per la scuola, osano ripetere con il più arrogante disprezzo della verità che sia possibile immaginare. Il comunismo, in realtà, aliena l'uomo da se stesso, condanna la persona all'abdicazione alla sua libertà e al suo diritto al benessere e alla ricerca della felicità; la persona è infatti ridotta al rango di «uomo sociale», identità dispersa nell'indefinito magma collettivo dove il grande fratello statale domina perfino sulle coscienze. Il terrore del comunismo storico, interpretato e diretto da criminali che non hanno avuto uguali nei secoli del cammino umano, non era dunque una deviazione dalla santa norma marxista; è l'idea comunista ad essere criminale perché antiumana. E di quell'idea era impregnata, ovviamente, la rivoluzione d'ottobre.

Dunque i pugni chiusi che facevano memoria di quella rivoluzione erano lì a celebrare l'apologia non solo di un bieco regime, ma di un gigantesco crimine contro l'umanità. E francamente sentire Diliberto che si spertica nell'elogio della rivoluzione «liberatrice» e il suo compagno Marco Rizzo che negli studi del Tg2 cerca, contorcendosi verbalmente come un'anguilla fuor d'acqua, di «contestualizzare» (come dicono i comunisti per glissare omertosamente sull'inguardabile passato della loro famiglia ideologica) l'operato di gente come Pol Pot al fine di farlo passare come un liberatore, fa accapponare la pelle. È questa menzogna che dovrebbe scandalizzarci, e scandalizzare per primi quelli che stanno nella stessa coalizione con questi comunisti: che sono sempre gli stessi, sono quelli dello stalinismo, sono quelli che nel '56 stavano dalla parte dei carrarmati sovietici.

Perché in sostanza è il comunismo ad essere sempre lo stesso, immobile perché - esattamente come l'Islam fondamentalista a cui i compagni strizzano troppo spesso l'occhio - presume di avere in tasca la verità definitiva sul destino e sul bene dell'umanità; e resta, invariabilmente, lo stesso comunismo che ha partorito Stalin, i gulag e i laogai, il castrismo, le stragi programmate, e da noi perfino le Brigate Rosse. Per tutti questi motivi non dovremmo più tollerare che, al pari dei saluti romani e delle nostalgie naziste, qualcuno ci proponga ancora pugni chiusi e nostalgie comuniste; perché, con buona pace delle anime belle moraliste e bugiarde, i due totalitarismi sono le due facce della stessa orribile medaglia: nessuna legittimità per l'una dovrebbe corrispondere a nessuno spazio per l'altra. Ma il doppiopesismo, l'uso di uno strabismo ideologicamente viziato che concede al comunismo il riconoscimento di virtù che non possiede, è ancora troppo forte, in Europa e in particolare in Italia, purtroppo.

Ci dobbiamo ancora sorbire Diliberto e compagni perché la menzogna comunista è ancora spacciata per verità: e il cammino dell'indispensabile revisionismo è appena iniziato. Ci rimane almeno la speranza che la vista di un corteo nostalgico che si rifugia nell'irrealtà mitologica di un cupo sogno infranto, che lo spettacolo di gente che onora la mummia di un dittatore criminale come Lenin spacciandolo ancora come un liberatore del popolo facciano capire a tanti italiani quale errore atroce sia stato spedire al governo una coalizione politica che si è tirata dietro - per afferrare il potere - questa zavorra che la storia rifiuta come un peso imbarazzante. Che Diliberto resti pure lì, col suo pugno chiuso: icona nostalgica di un terribile passato.

! Stefano Doroni
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