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L'«uomo nuovo» secondo Lenindi Vincenzo Merlo - 13 novembre 2007 In tanti hanno provato a rammentare all'onorevole Diliberto, dopo le dichiarazioni fatte in occasione del novantesimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre, le aberrazioni di quell'evento e i crimini che, in nome del comunismo, sono stati perpetrati in ogni parte del mondo. Noi, più semplicemente, vorremmo qui tratteggiare per sommi capi alcune caratteristiche dell'esperienza politica di Lenin, la cui salma il segretario del Pdci vorrebbe portare (trionfalmente?) nel nostro Paese. Va detto innanzitutto che, successivamente alla conquista del potere e con il definitivo assestarsi del regime totalitario, Lenin (il capo indiscusso della Rivoluzione comunista) cercò di compiere un esperimento ambizioso: creare l'«uomo nuovo». Nel suo colossale progetto di trasformazione della realtà, a partire dai pilastri dell'economia e dello Stato, Lenin ebbe infatti un'attenzione particolare per la coscienza individuale, convinto com'era che solo agendo su di essa le trasformazioni strutturali sarebbero divenute irreversibili. Per questo si impegnò da una parte a togliere all'individuo ogni supporto spirituale e morale, ogni fonte di valori tradizionali, alternativi a quelli di classe, e dall'altra a imporgli come unico orizzonte e punto di riferimento l'ideologia e i suoi dogmi. Tra l'agosto 1921 e l'agosto 1922 Lenin mosse quindi il suo attacco contro le chiese, la cultura accademica, l'arte; gli strumenti che utilizzò sin dall'inizio furono il terrore poliziesco e la propaganda. L'attacco alla persona passò attraverso l'eliminazione della proprietà privata, l'introduzione della censura, l'attacco alla famiglia e persino all'abitazione, la statalizzazione dell'istruzione, l'introduzione di una nuova Costituzione (che prevedeva l'esistenza di cittadini «senza diritti») e di un nuovo Codice penale (che considerava punibile non il reato, ma la sua «potenzialità»). In generale, il nuovo Stato richiese ai cittadini coinvolgimento e lealtà totali, impose una visione del mondo obbligatoria, così che tutto diventò «politico», ossia rientrò nella sfera di interesse dello Stato: dalla morale alla famiglia, dal tempo libero al lavoro. «L'individuo - ha ben scritto Marta dall'Asta sulla rivista cattolica Il Timone (n° 36) - privato di ogni punto di riferimento, si trovò da solo a sostenere la pressione enorme dello Stato, e questa guerra interiore e psicologica non poteva che finire con la capitolazione... Fu così che iniziò la lenta ma radicale trasformazione dell'uomo russo in homo sovieticus, trasformazione programmata dall'alto, che nelle intenzioni doveva essere radicale e permanente, e doveva produrre un essere "ontologicamente" nuovo e funzionale alla realtà politica. Fu negli anni '30, con la leadership di Stalin, che il processo si ritenne sostanzialmente concluso». Da Lenin a Stalin, e poi via via nei Paesi in cui prese il potere, il comunismo cumulò errori, distruzioni, massacri. «Si può stimare - ha scritto lo storico francese Stephane Courtois, autore de Il libro nero del comunismo - che cumulando gli assassinii diretti, le persone morte durante la deportazione e i lavori forzati (gulag sovietici, laogai cinesi, ecc...) e quelle decedute nelle grandi carestie provocate dalla politica di collettivizzazione dell'agricoltura, le vittime del comunismo ammontino a più di cento milioni di morti. I contingenti maggiori riguardano l'Urss dal 1918 al 1956 (venti milioni) e la Cina maoista (sessanta milioni). Ma forse alcuni numeri meno spettacolari sono ancora più terrificanti: per esempio i due milioni di cambogiani vittime del regime di Pol Pot tra il 1975 e il 1979, corrispondenti a un quarto della popolazione del Paese. In ogni caso, il prezzo umano dev'essere valutato anche considerando la distruzione generale compiuta dai regimi comunisti, l'eliminazione dei gruppi sociali (la borghesia, la nobiltà, i contadini, il clero), i disastri economici ed ecologici, l'annullamento delle basi morali della società, l'instaurazione della menzogna continua e della delazione che distruggono dall'interno le relazioni umane, persino nelle famiglie e tra genitori e figli... Molti cristiani sembrano aver dimenticato che al centro dell'ideologia e della pratica dei regimi totalitari, in particolare comunisti e nazisti, c'erano la negazione di Dio e la distruzione delle Chiese». A riguardo di quest' ultimo punto, occorre ricordare che fu nella primavera del 1922, quando la Russia sovietica verrà a trovarsi nella morsa della carestia e del massacro dei piccoli proprietari contadini, i Kulaki (fra il 1921 e il 1922 moriranno cinque milioni di persone, tra cui molti bambini, e ciò a causa delle sciagurate politiche economiche adottate dal governo bolscevico), che Lenin scriverà in un Memorandum per il Politbjuro: «E' precisamente ora e solo ora che nelle regioni in cui c'è la fame la gente mangia carne umana e centinaia se non migliaia di cadaveri ingombrano le strade, che possiamo e perciò dobbiamo confiscare i beni della Chiesa con la più selvaggia e spietata energia... per assicurarci un fondo di molte centinaia di milioni di rubli d'oro». Ecco, questo era Lenin, il mito dei comunisti. Vincenzo Merlo |
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Ragionpolitica, periodico on line n.238 del 13/11/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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