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Il nucleare vent'anni dopo

di Stefano Doroni - 13 novembre 2007

Prendiamo un convegno sull'energia, in cui si parla degli spinosi problemi che oggi riguardano tutti noi: perché la domanda di energia sale, e dobbiamo consentire di accendere il computer, o di usare la lavatrice, o di spostarsi in automobile a sempre più persone nel mondo. La globalizzazione ci chiede di aprire frontiere culturali anche nel campo dell'energia, ci chiede di non essere conformisti o, peggio ancora, fondamentalisti su argomenti che toccano la vita di tutti. Sentire quindi uno come Pecoraro Scanio che pontifica proprio sull'energia a margine di un convegno come questo è un po' come ascoltare il diavolo che discute di santità. E questo perché se sull'argomento c'è un pensiero fondamentalista è senz'altro quello del nostro (ahimè) ministro dell'Ambiente e dei Verdi, ala estremistico-ecologica della sinistra massimalista. La vera retroguardia, i veri conservatori, stanno ancora all'estrema sinistra, e non è un caso. Perché tutte le idee che provengono da quest'area politica non sono ispirate da un confronto maturo con la realtà, non sono prodotte da una riflessione serena e magari scientifica sui fatti, ma sono imposizioni dogmatiche che vengono calate sulla realtà per costringerla a conformarsi agli schemi teorici di cui non si cerca, ma si pretende, la realzzazione pratica.

Ciò vale per la questione dell'energia nucleare. Hanno un bel ripetere, gli utopisti dell'ambiente, che servono le cosiddette «fonti alternative», ma risorse come il solare o l'eolico coprono ancora una fetta troppo piccola del fabbisogno energetico internazionale, e nazionale; d'altronde il petrolio non è eterno e il carbone non basta. Serve il nucleare: l'energia prodotta dall'atomo - lo vogliano o no le anime belle ambientaliste - è la risposta per il futuro. C'è il problema delle scorie, questo sì. Ma è anche vero che la tecnologia attuale è in grado di ridurre al minimo ogni sorta di rischio: le centrali francesi o americane non sono certo da paragonare al fatiscente capannone di Chernobyl, dove i compagni sovietici producevano energia senza un minimo di riguardo per l'ambiente e per la salute umana.

Vent'anni fa gli italiani, imbambolati dal luogocomunismo ambientalista, decisero di bandire il nucleare dal nostro Paese con uno scellerato referendum. Il risultato è che adesso compriamo energia nucleare dalla vicina Francia pagandola a peso d'oro e ci troviamo queste perfide bombe, a sentire Pecoraro Scanio, nel giardino del vicino di casa. Inoltre, anche nell'ipotesi di un ritorno alla produzione di energia nucleare, siamo oggi in una situazione di pesante deficit strutturale per quanto riguarda la costruzione e la riattivazione delle centrali: dovremmo quindi affrontare ingenti spese per recuperare il gap. Ma varrebbe comunque la pena, per riuscire a produrre la nostra energia e rientrare, col tempo, dalla voragine di spese folli che l'ambientalismo fondamentalista ha provocato.

Il problema che ci portiamo addosso non è dunque il ritorno al nucleare, ma la permanenza alla ribalta nazionale dell'ambientalismo fanatico; il problema è avere un ministro dell'Ambiente che fa della sua posizione un nodo strategico di tipo esclusivamente ideologico. Ma tutto questo non ha niente a che fare con la difesa dell'ambiente, con il rispetto della natura, né tantomeno con una sana idea di sviluppo «sostenibile», parola misteriosa di cui gli ambientalisti non conoscono il vero significato.

! Stefano Doroni
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