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La violenza dell'antiviolenzadi Gianni Baget Bozzo - tratto da del 13 novembre 2007 Nella sinistra antagonista vive sempre l'utopia, ma di questi tempi l'utopia del futuro si è trasformata in utopia del passato. Ernst Bloch e il «principio speranza» non abitano più la Cosa rossa. L'utopia resiste, ma si fa commemorazione ed è rivolta al grande evento fondatore andato perduto. E di cui, però, non si può fare a meno. Ciò spiega il lato patetico del viaggio a Mosca di Oliviero Diliberto alla tomba di Lenin e il suo desiderio di portare il sepolcro di Vladimir Ilych da Mosca a Roma. È tutt'altro che un'idea sciocca. Roma è la città fondatrice della Cristianità occidentale e orientale e quindi della civiltà comune che si dice occidentale. Portare Lenin a Roma vorrebbe dire dargli una seconda vita, ma appunto in quanto tomba, cercando nella commemorazione una certa comunione con l'evento fondatore: la Rivoluzione d'ottobre. Il leninismo consumerebbe questa sua storia come evento religioso, nella forma della commemorazione e del rimpianto di chi cerca, nel suo ricordo, non la speranza, ma l'identità. La sinistra antagonista, che oggi è in vena di grande successo perché si è visto che, nonostante il Partito Democratico, essa rimane nel suo rapporto con Romano Prodi la chiave del governo e della maggioranza, convoca a Genova una grande assise della Cosa rossa. Essa si schiera sia contro le posizioni dei pubblici ministeri sui fatti del G8 che contro lo squagliarsi della maggioranza di governo sulla proposta della Commissione d'inchiesta parlamentare sul G8. Ciò trasforma la manifestazione di Genova in una saga contro la Polizia, nonostante Fausto Bertinotti, presidente della Camera e leader di Rifondazione, abbia, al suo doppio titolo, ottenuto la rimozione dall'incarico del capo della Polizia di allora, Gianni De Gennaro, pure considerato a sinistra. La manifestazione appare così come una protesta contro la Polizia. Non credo che i manifestanti la rivolgeranno contro Claudio Scajola, ministro degli Interni all'epoca del G8, o contro Silvio Berlusconi; o contro la presenza di Gianfranco Fini a Genova nei giorni della tempesta. Contro Fini mai, perché sta per fare il grande passo di sciogliersi dall'abbraccio berlusconiano, diventando così facilmente l'agnello prediletto della sinistra, anche di quella rifondarola. Alla commemorazione di Genova farà da pezzo forte la condanna di ciò che avvenne nella caserma di Bolzaneto, a cui tutto si riduce. Da quando la lotta alla Polizia in quanto tale è una forma specifica della sinistra antagonista? Lo è dal '68, perché la sinistra storica considerava la Polizia come parte integrante del sistema capitalista e quindi le dava dignità di sistema. Il '68 singolarizza la Polizia come obiettivo, indipendente dalla ragione di classe. È il momento in cui appare la grande intuizione di Pierpaolo Pasolini, quando sceglie di stare dalla parte dei poliziotti meridionali e di preferirli ai radical chic della città borghese. La sinistra antagonista cessa di essere rivoluzionaria e, in quanto figlia del '68, si affida all'incanto della parola. Oggi la sinistra antagonista declina il suo antagonismo nel passato come memoria e non nel futuro come speranza. Il movimento no global, il movimento di Seattle, era una protesta mondiale e alternativa, ormai si è dissolto. Ridotto al Paese Italia, l'antagonismo si vive rivolto al passato come commemorazione, come memoria, come ricelebrazione del funerale di Carlo Giuliani. Ho pensato a Pasolini quando ho visto l'odio contro la Polizia in quanto tale prendere forma prima a Catania, poi a Roma. Quando a Catania morì l'ispettore capo Filippo Raciti, l'antagonismo calcistico disse che era morto per colpa dei poliziotti. Quando è morto un tifoso per la pallottola di un poliziotto, la Polizia è divenuta il grande colpevole e viene compiuto contro di essa un piccolo sacco di Roma. È compatibile, presidente Bertinotti, la censura della Polizia in quanto tale con la non violenza che lei ora professa? Ciò mi sembra un bel gioco di parole. E lei è il maggior operatore di parole, capace di cambiare le proprie carte in tavola con le parole, che esista oggi nello scenario politico italiano. Non a caso Giampaolo Pansa, nei suoi libri dedicati a una coraggiosa denuncia delle mattanze compiute in nome dell'antifascismo dopo la liberazione, la chiama il «parolaio pelato». La Polizia serve alla non violenza o è meglio denunziare che la Polizia è violenta? Si può fare della non violenza il titolo della condanna alla Polizia? Ma vi è qui una crisi singolare del suo antagonismo che, questa volta, corre tra il fascino della parola e il duro linguaggio dei fatti. Fare della Polizia la figura della violenza significa permettere che i violenti di Roma siano legittimati ad attaccare la Polizia perché assassina. E quando gli antagonisti verranno a Genova, verranno per ricordare che la Polizia è assassina e che i fatti del G8 si riducono soltanto a ciò che avvenne nella caserma di Bolzaneto. Polizia violenta, Stato violento, non violenza come antipolizia: quale contraddizione. Quanto diviene ipocrita la «non violenza» in questa condizioni! Don Andrea Gallo dice che sta da cristiano contro chi non ha voce, ma sono i poliziotti a non avere voce e a finire male. Come accadde al carabiniere Mario Placanica: e come accadrà ora al giovane poliziotto che ha sbagliato colpo e diventerà il capro espiatorio dello Stato, del ministro Amato e della sinistra antagonista. Egli è indicato come colpevole non in quanto assassino che non è, ma in quanto poliziotto, che lo è per condizione e stato. Ci pensi, caro presidente della Camera.
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Ragionpolitica, periodico on line n.238 del 13/11/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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