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Dei delitti e delle penedi Matteo Gualdi - 17 novembre 2007 Alla fine ce l'ha fatta. La risoluzione L29 sulla moratoria della pena di morte è stata approvata dalla terza Commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. I Paesi che hanno votato a favore sono stati 99, 52 i contrari, 33 gli astenuti. Ora l'esame passa all'Assemblea Generale, che dovrà votarla entro dicembre. Sono diversi anni che la battaglia per la moratoria internazionale della pena di morte viene portata avanti da numerosi Paesi ed associazioni, ma finora sempre senza successo. Nel 1994, 1999 e 2003 la risoluzione non era riuscita a passare l'esame della Commissione dei diritti umani, mentre stavolta ce l'ha fatta. «E' un grande successo dell'Italia. La risoluzione approvata oggi dalla terza Commissione dell'assemblea generale dell'Onu rappresenta una formidabile arma di dissuasione politica e morale», ha detto il sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti. Che ha continuato: «Oggi si è scritta una pagina importante del diritto internazionale. Questo voto darà forza all'opinione pubblica e alla società civile dei Paesi in cui la pena di morte viene ancora applicata e spesso abusata». Proprio in quest'ultima frase del sottosegretario Vernetti, però, si riscontra il nocciolo della questione. La pena di morte, infatti, è un argomento estremamente controverso, poiché la cultura dell'estrema punizione non appartiene solamente a Paesi come Iran, Sudan o Cina, ma anche agli Stati Uniti, che sono uno dei popoli più religiosi e tolleranti. Possibile che un Paese come l'America possa approvare una pratica tanto barbara? La risposta è, evidentemente, si. Il motivo è presto detto: la pena capitale è accettata da molte persone come una giusta punizione per chi si macchia di delitti terribili. Non è, come molti credono, una questione di «occhio per occhio», ma semplicemente l'idea che per determinati delitti la pena capitale sia l'unica proporzionata. Ma, al di là delle motivazioni e convinzioni di ciascun Paese, influenzate dalla propria cultura e storia, la cosa veramente importante è che la pena di morte non debba mai, in nessun modo prescindere da un giusto ed equo processo. E' proprio su questo aspetto che dovrebbe concentrarsi maggiormente l'attenzione di chi porta avanti la battaglia per la sua abolizione. Mentre gli Stati Uniti hanno un sistema giudiziario che assicura processi equi, Iran, Cina, Pakistan e quasi tutti gli altri Paesi che adottano la pena di morte non possono contare su un sistema giudiziario altrettanto giusto. Questo perché non può esservi giustezza di processo laddove non esiste democrazia, laddove gli imputati non possono contare su una difesa ed un contraddittorio «normali», laddove non c'è uguaglianza di diritti tra accusa e difesa, laddove il potere politico influisce sulle decisioni dei giudici. Inoltre, senza una reale libertà di stampa e di critica, non vi può essere un dibattito adeguato ed, in definitiva, lo Stato padrone ha sempre l'ultima parola. Diverso poi è il discorso sul «come» viene applicata la sentenza. La modalità è naturalmente fondamentale, ma ancora una volta gli unici a porsi il problema sono gli Stati Uniti. Mentre a Teheran e Pechino le uccisioni di piazza proliferano e servono da deterrente per gli oppositori politici, gli omosessuali, i cristiani, gli apostati, avvenendo per impiccagione, a colpi di arma da fuoco e persino lapidazione, in America tutto questo ovviamente non avviene. E' proprio dell'ultima ora la notizia secondo la quale la Corte Suprema degli Stati Uniti ha bloccato un'esecuzione perché sarebbe stata applicata un'iniezione letale, e tale pratica è attualmente al vaglio della stessa Corte perché considerata incostituzionale (la Costituzione Federale mette al bando le «punizioni crudeli»). Infine una considerazione. I casi di pena di morte accertati nel 2006 sono stati circa 1.591 (fonte Amnesty International), di cui 177 in Iran, 82 in Pakistan ed Iraq, 65 in Sudan e 53 negli Stati Uniti. Ma mentre le cifre degli Stati Uniti sono considerate attendibili, in tutti gli altri casi tali stime sono fatte per difetto, in quanto non vi è la reale possibilità di risalire al numero definitivo. Per quanto brutale possa sembrare la pena di morte a tutti coloro i quali credono nel diritto alla vita, e soprattutto, nella giustizia divina, la sola ad avere la responsabilità di determinare la vita e la morte di ciascuno di noi, rimane il fatto che chi oggi non rispetta le leggi internazionali, continuerà a farlo anche domani. Pensiamo veramente che la Cina, l'Iran, il Sudan e gli altri accetteranno la risoluzione dell'Onu che pone fine alle esecuzioni capitali? Se l'Iran non rispetta le risoluzioni Onu contro lo sviluppo del programma militare nucleare, pensiamo davvero che rispetterà questa sulla moratoria della pena di morte? Non sarebbe forse prioritario battersi affinché in questi Paesi tutti i cittadini diventino uguali di fronte alla legge e siano tutelati durante i processi? Non sarebbe giusto battersi affinché sia rispettato il diritto dei cittadini iraniani, cinesi sudanesi, pakistani ad avere un giusto processo? Forse, ancora una volta, si è deciso di iniziare dalla fine, senza domandarsi veramente quale è l'obiettivo da perseguire.
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Ragionpolitica, periodico on line n.238 del 13/11/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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