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Khmer Rossi alla sbarra

di Stefano Magni - 27 novembre 2007

Ieng Sary, Noun Chea, Kaing Guek Eav detto «Duch», Ta Mok, oltre al defunto Saloth Sar detto «Pol Pot», morto nel 1998: sono nomi impronunciabili che riaffiorano dal passato per il processo che è iniziato la scorsa settimana per i crimini del regime dei Khmer Rossi in Cambogia. Questi uomini sono responsabili di quello che lo storico francese Stephane Courtois chiama «il crimine sconcertante»: l'uccisione di 2 milioni di persone, un terzo dell'intera popolazione cambogiana, in soli tre anni. Si è trattato del più rapido e letale omicidio di massa nella storia del XX secolo, più intenso ancora del ritmo di sterminio tenuto dai nazisti ai tempi della seconda guerra mondiale, dai sovietici sotto Stalin e dai comunisti cinesi sotto Mao. Dalle dichiarazioni rilasciate dai comandanti Khmer Rossi negli anni '70 si apprende che lo sterminio avrebbe potuto essere ancora peggiore: «Nella nuova Cambogia ci basta un milione di persone per continuare la rivoluzione» - aveva dichiarato un funzionario di regime al termine di una seduta al vertice del Partito. «Non abbiamo bisogno degli altri. Preferiamo uccidere dieci amici piuttosto che lasciare in vita un solo nemico». E' lecito chiedersi da che cosa derivi questa violenza lucida e fredda.

Duch, attualmente sotto processo, ha ucciso personalmente o ha ordinato l'uccisione di 15.000 persone nel carcere di Tuol Sleng, o S-21, dove erano rinchiusi prevalentemente i deviazionisti, i membri del partito sospetti di deviazionismo, oppure i comunisti cambogiani che erano rientrati in patria per appoggiare la rivoluzione e proprio per questo erano sospettati di spionaggio. Il carcere S-21 fu un efficiente strumento di eliminazione fisica del nemico: di tutti i prigionieri che vi furono incarcerati ne sopravvissero solo quattro. Lo scopo del carcere, prima ancora che la soppressione fisica del nemico politico, era l'estorsione della sua confessione, la sua autocritica. Come ricordava Orwell, in 1984, un regime totalitario non ammette di fare martiri: la vittima deve riconoscersi colpevole e fare autocritica prima di essere uccisa. Nella struttura di S-21, non per caso, furono uccisi anche quei torturatori che facevano morire la vittima prima di estorcerne un'ammissione di colpevolezza. Venti anni dopo la fine del regime dei Khmer Rossi, Kaing Guek Eav, detto «il compagno Duch», è stato scoperto per caso nel 1999 da un reporter irlandese in un villaggio cambogiano, mentre lavorava da volontario per una Ong americana. Una volta arrestato, le sue prime dichiarazioni sono state: «Se siete qui vuol dire che questa è la volontà di Dio. Ho fatto cose molto brutte nella mia vita. Ora è venuta l'ora delle rappresaglie. Il mio unico errore è di non aver servito Dio. Ho servito gli uomini e il comunismo».

Ta Mok, morto l'anno scorso, detto «il macellaio», divenne segretario del Partito Comunista cambogiano per la regione sud-occidentale nel 1968, in piena guerra del Vietnam e quando al potere c'era ancora la monarchia di Sihanouk. Già allora, nella sua guerriglia contro la monarchia, si fece notare per molti massacri indiscriminati di civili. Divenuto capo di stato maggiore dell'esercito, sotto Pol Pot, soppresse varie insurrezioni con metodi brutali, fino all'annientamento fisico totale delle popolazioni di interi villaggi o alla fucilazione di massa di intere unità dell'esercito colpevoli di ammutinamento. Ta Mok, una volta finito il regime, proseguì la sua attività di guerriglia ai confini con la Thailandia. Nel 1998, temendo di essere tradito, consegnò Pol Pot alle autorità cambogiane, poi fu catturato egli stesso. Non si trattava di un bruto: da giovane voleva fare il monaco buddista.

Ieng Sary, uno dei fondatori del movimento dei Khmer Rossi, fu ministro degli Esteri del regime. E fu anche al comando di due campi di concentramento/sterminio nella provincia di Kompong Cham. Fu anche l'ideatore delle strategie di epurazione all'interno del partito: fece rientrare centinaia di comunisti dal loro esilio volontario, per poi tradirli e farli uccidere. Fuggì alla cattura rifugiandosi in Thailandia nel 1979. Grazie ai suoi contatti diplomatici riuscì sempre a cavarsela fino ad ottenere il perdono ufficiale da parte di Sihanouk nel 1996. Condusse una vita molto agiata fino al suo arresto, avvenuto solo il 12 novembre scorso. La sua è la vita di un intellettuale, non quella di un serial killer: negli anni '50, come ricorda il dissidente cambogiano Ong Thong Hoeung, contribuì alla formazione del movimento studentesco (Aek) all'università di Parigi, che avrebbe dato vita ai Khmer Rossi. «Lo scopo dell'Aek - ricorda Ong Thong Hoeung - è di incoraggiare il desiderio di conoscenza e l'aiuto reciproco. Uno dei suoi ex membri fondatori afferma: "Eravamo pieni di ardore e di entusiasmo. E volevamo dimostrare alle autorità francesi di essere persone capaci"».

Tutti questi uomini, dunque, mostrano una sorta di doppia vita: intellettuali e persone sensibili da un lato, brutali assassini di massa dall'altro. Si avvicinano allo stereotipo del gerarca nazista che cura il suo giardino mentre ordina lo sterminio di migliaia di persone in un solo giorno. Ma si tratta veramente di una vita «doppia»? Se guardiamo alla filosofia politica che ha motivato l'azione violenta di questi individui, vediamo che erano semplicemente molto coerenti con quello che pensavano e questo spiega la lucidità e la serenità d'animo con cui ordinarono e commisero personalmente i loro crimini. Essi non furono il frutto della brutalità della guerra. Non erano persone che volevano vendicarsi dei bombardamenti americani del 1970-1973 (effettuati nell'ultima fase della guerra del Vietnam), come certa sociologia storica e certi film come Le urla nel silenzio vogliono far credere.

Fin dalla fine degli anni '60, i Khmer Rossi misero sempre in pratica le stesse tecniche, ovunque prendessero il controllo di un'area: svuotamento delle città, trasferimento nelle campagne dell'intera popolazione, divisione delle famiglie, abolizione del denaro, soppressione di qualsiasi forma di educazione, istituzione di un orario di lavoro di 12-13 ore al giorno e imposizione di un rigido codice di comportamento morale in cui era proibito qualsiasi sentimento al di fuori dell'amore per il partito. Si trattava di un piano lucido che, negli anni della guerra civile cambogiana, dal 1968 al 1975 trasformò il Paese in un enorme lager a cielo aperto. Radio Phnom Penh, l'emittente del regime, nel 1976 vantava questi risultati: «I giovani stanno imparando dai lavoratori e dai contadini che sono le fonti di tutto il nostro sapere. Inoltre nessuna scienza è più alta, più degna o più utile di quella che ha a che fare con produzione, agricoltura, industria ed esperimenti e tecniche di produzione. E questo sapere è posseduto soltanto da contadini e lavoratori». Insegnanti, intellettuali, professionisti, avvocati... tutto ciò che non riguardava la produzione diretta era considerato frutto della decadenza borghese e condannato. In alcuni distretti, retti da dirigenti particolarmente zelanti, bastava avere gli occhiali o avere mani non sufficientemente callose per essere uccisi.

Il tutto era rigorosamente il frutto di una profonda riflessione filosofica sul marxismo, che doveva essere applicato alla lettera. Lo testimonia, tra gli altri, il giornalista francese François Ponchaud, autore del reportage Cambogia anno 0 del 1977: «Il Khmer pensa in termini accrescitivi o complementari, ma tutto sommato si attiene alle regole di una sua stretta logica interna. In passato, prima di passare all'azione, ogni comitato o consiglio passava molte ore, a volte giorni, per scrivere statuti, da cui nulla veniva omesso, e per costruire schemi, uno più impraticabile dell'altro. Una semplice idea, percepibile per intuito, era spinta alle sue estreme conseguenze e spesso fino a un punto di assurdità che non rispettava assolutamente la realtà e che non teneva conto delle sue conseguenze pratiche. In effetti erano sufficienti le buone intenzioni e quando lo schema o lo statuto venivano infine stipulati, le difficoltà che avevano portato alla sua formulazione venivano considerate risolte, non si dava loro più importanza... I principi della Rivoluzione Cinese, contenuti negli scritti di Mao, erano anch'essi portati alle loro estreme conseguenze. La pratica marxista si sarebbe incaricata di applicarli. "La rivoluzione trae la sua forza dalle masse contadine". "Le guerre si vincono assediando le città dalle campagne". Portata alle estreme conseguenze, questa teoria porta all'abolizione delle città e di tutto ciò che fa parte della cultura cittadina».

! Stefano Magni
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Ragionpolitica, periodico on line n.240 del 26/11/2007
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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