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Rifondare la politicadi Raffaele Iannuzzi - 27 novembre 2007 La lettera di don Gianni Baget Bozzo pubblicata la scorsa settimana sul quotidiano di Rifondazione Comunista, Liberazione, rappresenta un segnale politico-culturale che merita di essere sviluppato. Baget Bozzo riconosce un tratto della modernità che la globalizzazione veicola e reca con sé fin dal suo sorgere: la modernità ha più voci, parla molteplici linguaggi, anche in politica, è come la musica dodecafonica, complessa e sfaccettata. Da qui consegue che, con la globalizzazione, il pensiero politico, se vuole concretare i pensieri in progetti politici, deve ridefinire l'idea del mondo contemporaneo, attraversarne le contraddizioni ed evitare di manomettere ideologicamente il quadro delle domande che circolano e rendono rovente l'attualità. Oltre ad una sovranità della politica, occorre oggi determinare una sovranità del pensiero sulla politica. In che senso? Nel senso che la politica come amministrazione delle strutture e mediazione con le corporazioni - esito sistematicamente penetrato nei luoghi della politica - non riesce a porsi di fronte alle contraddizioni della globalizzazione con un progetto. E' la governance delle strutture e della forma-Stato, il regno dei ragionieri di Stato e dei rappresentanti delle associazioni - Confindustria inclusa - che blinda la società e la riduce a risorsa da sfruttare e/o strumentalizzare, con finalità tecnicamente omeostatiche. In altri termini: mantenere lo status quo nel massimo della modernizzazione tecnocratica. L'articolo di Monti su Sarkozy, pubblicato domenica sul Corriere della Sera, è il manifesto di questo modo di concepire la politica. Il presidente francese è sottodimensionato nella sua capacità ideativa e progettuale perché ha osato mettersi contro la Bce. Questo è il dato che permea la governance dei ragionieri di Stato e dei burocrati. Il nichilismo tecnocratico annienta la politica. Ecco, questo dato che sfida il pensiero politico e la capacità progettuale della politica è chiaramente espresso dalla classe dirigente di Rifondazione Comunista. Perché questo partito dispone di un progetto politico e di un popolo. La società non è un esangue serbatoio di consensi, ma una soggettività, e Giovanni Paolo II definisce proprio così la società, nella Centesimus annus, un anno dopo il crollo del Muro di Berlino: una soggettività dinamica e operosa, creativa e creatrice di libertà e politica. E' una strada della modernità, questa, che oggi Tremonti sta imboccando con scienza e coscienza e che Forza Italia deve imboccare. Quando Bertinotti definisce Berlusconi un politico postmoderno e, perciò, l'alfa e l'omega del sistema politico, in realtà legittima questa strada che ci appartiene fin dall'esordio dell'esperienza politica berlusconiana. Lo scatto in avanti, che riapre la politica come pensiero e come progetto, è la ricerca della rappresentanza delle classi sociali, delle classi medie, impoverite e annichilite dalle megastrutture bancario-finanziarie. E', questa, una visione della politica, un progetto con una visione della storia e della modernità. Anzi della postmodernità. In una società di singoli, come quella attuale, la politica non deve mettere tra parentesi la società, perché quest'ultima, come soggettività, è incaricata di favorire la realizzazione dei singoli. Chi si ostina ancora a parlare di individualismo versus collettivismo non ha mai preso una metropolititana in vita sua, non ha mai visto un quartiere metropolitano, non ha mai toccato con mano la realtà concreta del mercato, in questo Paese tutt'altro che liberato da lacci e lacciuoili, ma paradossalmente in preda ai dèmoni delle corporazioni, ai subappalti, ai faccendieri che promettono lavoro e si intascano gli utili, dopo aver succhiato belle intelligenze e capacità importanti che in Italia esistono, a vari livelli, non solo quelli più ambiti dal gossip giornalistico. Un giovane laureato in legge oggi entra in uno studio privato, sgobba e non vede un centesimo, gli promettono qualcosa dopo due-tre anni, ma a condizione di super-lavoro e di percentuale, cioè di provvigioni, realtà che io, vecchio venditore di libri e grandi opere di ben due case editrici, conosco bene. Questo si chiama con una sola parola: sottoproletariato, lumpenproletariat. Punto. Ecco, Rifondazione Comunista è consapevole che questo capitalismo è la parentesi irrilevante del Paese, è davvero impresentabile, e non ha futuro. C'è, in questa disamina, un peso della realtà che noi dobbiamo attraversare e superare. Come? Attraverso alcune mosse della ragion critica e della ragion politica. Primo: il lavoro è centrale in una società che voglia dirsi ed essere soggettività. Cioè, l'economia funziona quando il lavoro è qualificato e qualificante. La società è preminente rispetto alla governance tecno-strutturale ed alla stessa politica come governo dei sistemi. Il lavoro è centrale, come dice Sarkozy, e la politica rappresenta uomini, donne, soggetti che lavorano, vivono, rischiano, soffrono, hanno desideri e bisogni. Questa è la carne viva della politica. Il popolo, insomma, è la realtà che dà vita alla società come soggettività. Mille speculatori non fanno un'economia e men che meno una società. Il Corriere e la Repubblica credono che, cambiati i politici attuali, con Monti e gli amici degli amici, l'Italia entri in Europa, ed è lo stesso sogno radical-azionista che rappresenta l'opposto della nostra visione del mondo. La Biagi deve essere completata e deve essere riletta guardando i bisogni attuali - due in particolare - senza aver paura delle parole, chi non ha lavoro con contratti dignitosi, dopo tre anni di lavoro, si chiama precario e deve essere oggetto di attenzione da parte della politica, deve avere la possibilità di inserirsi meglio nel mercato, attraverso riqualificazioni professionali pagate dallo Stato e restituite per almeno due terzi dal lavoratore, una volta ottenuto il lavoro che lo soddisfa. Il lavoro deve essere favorito e aiutato, non deve essere messo sotto i piedi, privilegiando, anche sotto forma di propaganda culturale se non di esaltazione «etica», la speculazione e l'arricchimento senza qualificazione e professionalità. Secondo: le classi sociali esistono. Il mito dei nuovi economisti e dei liberisti di sinistra - come si usa dire oggi - è pura ideologia, nel senso di falsa coscienza. Tant'è vero che le classi medie, fenomeno imponente di classe sociale, sono esasperate e non devono trovare solo in Rifondazione l'approdo della loro rappresentanza. Le classi medie sono «nostre» fin dall'inizio, perché Forza Italia è sempre stata votata dal proletariato urbano, dalle casalinghe, dai pensionati e da molte partite Iva, oggi ceto medio a tutti gli effetti. Liberiamoci allora dalla paura della parole, anche qui, e rilanciamo un'idea di politica votata alla rappresentanza di classi e ceti produttivi. Contro i ceti improduttivi, gli statali parassiti e i «nullafacenti». Non si riforma la società senza avere soggetti sociali da rappresentare. Terzo: la Costituzione è oggi uno degli elementi frenanti, anche nella sua prima parte, in cui l'idea di un'economia di mercato appare come poco rilevante e poco definita, rispetto ai bisogni di mercato e di lavoro, che i lavoratori più qualificati vogliono soddisfare. Lavorare di più per guadagnare di più è possibile anche se si riforma la struttura essenziale della società, a partire dalla sua idea di patto con i cittadini, cioè la Costituzione. Rifondazione Comunista e i movimenti antagonisti sono schiettamente postmoderni e dispongono di un progetto politico e di un pensiero sulla politica assolutamente non banale; i sedicenti riformisti rischiano di fare la ruota di scorta dei grandi gruppi e dei tecnocratici amici delle banche, noi siamo l'altro polo, né di destra, né di sinistra - e casomai di destra solo perché questo termine è stato demonizzato dalla sinistra (anche qui richiamo un pensiero espresso da Baget, che si riferisce stavolta alla scelta berlusconiana di riprendere la destra come realtà politica) - aperto naturaliter alla società ed alla rappresentanza delle classi sociali produttive e malpagate perfino del Lumpenproletariat. Piazza San Babila deve poter essere essenzialmente questo. Per rifondare innanzitutto la politica.
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Ragionpolitica, periodico on line n.240 del 26/11/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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