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6 marzo 2008
 
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Nanismo delle imprese e produttivitá: un problema italiano

di Raffaele Boldracchi - 1 dicembre 2007

Da molti anni, il «sistema Italia» mostra un certo declino economico essenzialmente legato, tra l'altro, ad una perdita di competitivitá internazionale. La crescita del prodotto interno lordo ha sofferto nel periodo 2001-2005, quando era l'intera Ue a soffrire di una negativa congiuntura internazionale, ma, purtroppo, continua a soffrire anche dal 2006 nonostante l'economia europea abbia beneficiato di una ripresa economica significativa. Tra i fattori piú rilevanti, a livello di competitivitá internazionale, la produttivitá resta uno di quelli piú problematici e, in questa nota, si identifica nella struttura delle imprese italiane e, in particolare, nelle loro piccole dimensioni, uno degli ostacoli principali, se non il maggiore, al miglioramento della produttivitá del nostro sistema.

Nel 2006 la Ue ha registrato la maggiore crescita economica degli ultimi sei anni. Come sottolineato dal documento «European Competitiveness Report 2007» questa crescita economica europea é anche associata, dopo una stasi almeno quinquennale, ad un aumento della produttivitá, intesa come output per lavoratore, in un contesto di crescita degli investimenti e di continue riforme strutturali nei paesi membri. Il documento sottolinea, tuttavia, come ancora persista un gap considerevole tra la produttivitá Ue e quella registrata dagli Stati Uniti, e come questo gap sia essenzialmente dovuto a perduranti carenze tecnologico-organizzative che ancora frenano la competitivitá del sistema Ue. Il quadro, tutto sommato positivo registrato dalla Ue nel suo complesso, non vale peró per l'Italia.

I dati inerenti alla produttivitá del sistema Italia registrano, per il 2006, un aumento assai inferiore (0.2%) a quello registrato per Ue-27 (1.5%) e, questo, in un contesto di debole crescita del suo Pil. Il recente dibattito politico-mediatico sviluppatosi a partire delle considerazioni dei vertici di sindacati e Banca d'Italia in relazione ai bassi salari dei lavoratori italiani ha permesso l'emergere, ancora troppo timidamente, del problema della «bassa produttivitá» italiana. E' in effetti possibile identificare una correlazione diretta «salari-produttivitá» che richiederebbe l'identificazione di misure adatte a fare risalire il livello della produttivitá italiana non solo e non tanto per potere garantire migliori salari, ma anche per supportare la competitivitá italiana nel mondo. Seguendo i suggerimenti della cosiddetta «Strategia di Lisbona» messa a punto nel 2000 dalla Commissione europea, per rendere piú competitiva l'economia europea, la produttivitá potrebbe beneficiare, tra l'altro, di maggiori investimenti in innovazione, maggiore uso di ITC (Information and TeleCommunication technology), piú concorrenza e migliori infrastrutture. Si tratta di un mix di azioni da cui, tuttavia, l'Italia potrebbe non trarne beneficio visto che la sua situazione non coincide con la media europea e mostra un problema strutturale (la taglia delle imprese) che condiziona le performances del suo sistema produttivo.

I dati Eurostat esistenti indicano, oggettivamente, delle chiare differenze nella struttura delle imprese italiane, rispetto a quella della media europea. E' cosa nota che la taglia delle imprese italiane sia molto ridotta rispetto non solo alla media europea, ma anche e soprattutto rispetto a quella dei suoi maggiori concorrenti (http://epp.eurostat.ec.europa.eu). Ragionando in termini di «micro» (0-9 dipendenti), «piccole» (10-49 dipendenti), «medie» (50-249 dipendenti) e «grandi» (> 250 dipendenti) imprese, possiamo subito apprezzare questa differenza. In Italia, infatti, il 94.5% delle imprese é di taglia «micro» (91.5% per Ue-25), il 4.9% é di taglia «piccola» (7.3% nella Ue-25), lo 0.5% é di taglia «media» (1.1% per Ue 25) e solo lo 0.1% é di taglia grande (0.2% per Ue 25). In Italia abbiamo, inoltre, una densitá di 60.8 micro imprese per mille abitanti, in Francia ne abbiamo 33.4, in Germania 17.2, nel Regno Unito 22.1, mentre ne abbiamo 51.9 in Ungheria, 50.3 in Portogallo e 51.9 in Spagna. La struttura delle imprese in Italia si configura dunque per un maggior numero di micro- e piccole imprese (sia in valori assoluti che rispetto alla popolazione), mostrando maggiori similitudini con la struttura dei paesi Ue meno avanzati e di piú recente adesione che con quella delle economie piú avanzate.

Dati Eurostat per il 2003-2004 mostrano anche una correlazione diretta tra bassa produttivitá e piccola taglia delle imprese in Italia. Se la produttivitá media era, nel 2003, di 28,300 euro per le «micro» imprese europee, per quelle italiane era chiaramente inferiore (24,800 euro); per le imprese «piccole» la differenza negativa era minima (i.e.: 37,880 euro vs 37,600 euro) mentre per quelle «medie» e «grandi» era a favore di quelle italiane (i.e.: 43,900 euro vs 48,500 euro e 53,600 euro vs 59,300 euro). A consuntivo totale, la produttivitá delle imprese a livello Ue-25 era di 40,800 euro mentre quella italiana restava ferma a 37,000 euro, evidenziando il peso delle micro-imprese in questi cattivi risultati mentre buone sono le performances registrate da imprese medio-grandi. Rispetto ai nostri maggiori concorrenti, la situazione é, purtroppo, peggiore. Se la produttivitá registrata mediamente dalle imprese italiane era di 37,000 euro, per la Francia era di 48,800 euro, di 50,700 euro per la Germania e di 49,700 euro per UK [Tab.1]. Il confronto con le imprese irlandesi (78,600 euro) sarebbe addirittura impietoso.

Tabella 1

Anche la propensione all'internazionalizzazione sembra essere direttamente proporzionale alla taglia delle imprese. Un rapporto dell «Osservatorio sulle imprese» della DG Impresa preparato dalla KPMG a fine 2004 metteva in evidenza come le imprese medio-grandi fossero molto piú attive nel contesto internazionale. Solo il 17% delle micro-imprese europee esporta a fronte del 51% delle imprese di taglia media. La differenza diventa assai piú sensibile quando si ragiona in termini di apertura di filiali all'estero od alla creazione di joint-ventures.

Le imprese italiane evidenziano, d'altro lato, una bassa incidenza del costo del personale sul totale dei costi operativi, confermando il dato dei bassi salari italiani. Se nel 2003 il costo del personale rispetto al totale dei costi operativi nella Ue era pari al 20.2%, in Italia era solo del 16.4%. In Spagna era del 19.7%, in Francia del 19.2 % ed in Germania del 23.4%. E' quindi evidente come il costo del personale sia in Italia mediamente inferiore a quello registrato per altri paesi europei, e questo indipendentemente dalla taglia delle imprese che scontano la loro bassa produttivitá con bassi salari oltre che con una perdita di competitivitá.

Risulta dunque una relazione di «causa-effetto» tra il nanismo delle imprese italiane e la bassa produttivitá del sistema Italia. Durante gli anni 70' -90' la piccola taglia delle imprese italiane si é rivelata essere un potentissimo vantaggio competitivo nell'arena internazionale, dall'inizio degli anni 90', «piccolo» ha cominciato a non essere piú «bello». In effetti, la struttura produttiva italiana mostra ormai piú similitudini con quella delle economie europee meno avanzate (e.g.: Portogallo, Grecia, Polonia) che con quelle piú avanzate. Considerando tuttavia che le imprese italiane di taglia medio-grande mostrano performances perfettamente in linea con quelle dei nostri concorrenti, sarebbe auspicabile condurre un'analisi dettagliata tra le associazioni di categoria per capire cosa freni la creazione di un maggior numero di imprese medie (sopra i 50 dipendenti) che, attualmente sono meno della metá della media europea, ed agire di conseguenza. Anche i sindacati dovrebbero essere parte integrante di questo processo analitico-decisionale impegnandosi a trovare soluzioni condivise anche se, ad esempio, dovessero comportare una revisione del famoso «Articolo 18», rendendolo magari valido solo a partire dai 100-150 dipendenti. Molto probabilmente, in assenza di un considerevole innalzamento del numero delle imprese medio-grandi ci si dovra rassegnare a coesistere con un sistema produttivo obbligato ad offire bassi salari in un contesto di perdita di competitivitá.

Raffaele Boldracchi

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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