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La sfera e la croce

di Gianteo Bordero - 13 dicembre 2007

Sebbene si tratti di un caso isolato, l'episodio deve comunque far riflettere, perché è indice di una brutta aria che si respira nei rapporti tra la nostra civiltà occidentale e l'Islam: Baris Kaska, avvocato turco esperto di diritto europeo, si è rivolto ad un giudice di Smirne per chiedere l'annullamento della partita di Champions League Inter-Fenerbahce (svoltasi allo stadio Meazza lo scorso 27 novembre e terminata col risultato di 3 a 0) non a causa di qualche irregolarità o illecito sportivo, ma a motivo della maglia indossata dall'undici meneghino. Sì, perché quella sera i campioni d'Italia non vestivano la solita casacca nerazzurra, bensì la divisa del centenario, quella bianca con la croce rossa. Si tratta dello stemma di Milano, il quale, però, ha fatto venire in mente a Kaska l'abito indossato dai Templari che combatterono le crociate. Secondo l'avvocato turco, è stato un vero e proprio affronto ai musulmani: «Quella croce - ha dichiarato in una intervista rilasciata al quotidiano spagnolo La Vanguardia - mi ha ricordato i giorni sanguinari del passato. Vedendo la partita di San Siro ho provato grande turbamento e un terribile dolore nell'anima», perché l'Inter «ha manifestato in forma esplicita la superiorità razzista di una religione».

Non è bastato, a Kaska, il fatto che in occasione della partita di andata, svoltasi a Istanbul, l'Inter avesse precauzionalmente rinunciato alla divisa «crociata», consapevole degli attriti che avrebbero potuto aver luogo con la tifoseria locale; per l'avvocato di Smirne il team milanese avrebbe dovuto vestire la solita maglia nerazzurra anche in casa, e questo dopo che sia l'Uefa che la stessa dirigenza del Fenerbahce avevano dato il loro placet alla richiesta della squadra di giocare con la maglia del centenario. Una decisione, quella dell'Uefa, che è stata presa di mira anche da qualche giornale turco. Il quotidiano Radikal, ad esempio, ha affermato perentoriamente che «i tre gol di quest'Inter crociata devono essere cancellati». E altri giornali hanno abbinato la foto dei giocatori interisti a quella di un templare.

Già il fatto che la scelta della casacca da indossare in un incontro sportivo debba essere concordata a livello internazionale per non urtare la sensibilità di qualcuno la dice lunga sullo stato in cui versano i rapporti tra civiltà in questo inizio di terzo millennio e su come la tanto invocata «tolleranza» e il tanto auspicato «rispetto» siano spesso richiesti soltanto a una parte in causa - ovviamente l'Occidente. Ma la cosa che più deve far pensare è che non soltanto noi «crociati» dobbiamo rinunciare ad esporre i simboli della nostra storia e della nostra fede nei Paesi musulmani, ma dovremmo farlo - secondo Kaska e secondo i quotidiani turchi - anche in casa nostra. Il brutto è che ciò, qualche volta, già succede. E a provarlo non ci sono soltanto i crocifissi rimossi dalle aule scolastiche o dalle stanze d'ospedale per un malinteso senso di «tolleranza». Anche episodi apparentemente più banali devono far riflettere. Qualche tempo fa, ad esempio, la trasmissione di Rete4 Forum ha mandato in onda il caso di una ditta del nord Italia nella quale il padrone, anch'egli per non «urtare» la sensibilità di alcuni suoi dipendenti musulmani, ha fatto cancellare dal menu della mensa aziendale tutti i piatti a base di carne di maiale, impedendo così anche agli impiegati italiani di mangiare portate tipiche della loro «dieta». Il giudice, per fortuna, ha in questa occasione dato ragione agli «autoctoni», ma chissà quanti altri casi che non raggiungono la ribalta mediatica esistono e proliferano nel silenzio generale...

Per tornare al capitolo dello sport, se alla vicenda di Inter-Fenerbahce e alla richiesta dell'avvocato turco aggiungiamo la decisione - poi parzialmente «rientrata» - del Bocog, il comitato organizzatore delle prossime Olimpiadi di Pechino, di non permettere l'ingresso in territorio cinese di simboli religiosi, il quadro che ne viene fuori è davvero desolante. Se la conditio sine qua non per garantire lo svolgimento pacifico di una competizione sportiva è la rinuncia alla propria storia, alla propria civiltà, alla propria identità religiosa, allora significa che il «politicamente corretto» non è più soltanto una tra le ideologie ancora in vita, ma esercita ad ogni livello, persino a quelli più alti di rappresentanza internazionale, una sorta di «dittatura soft». La quale non soltanto impedisce di chiamare le cose con il loro nome, ma anche e soprattutto fa il gioco di coloro che vorrebbero usare tale rinuncia come grimaldello per scardinare, dall'esterno o dall'interno, con le buone o con le cattive, i capisaldi su cui è stata edificata la civiltà occidentale.

Lo sport - si dice - dovrebbe unire nel nome di valori universalmente condivisi come l'uguaglianza, la fratellanza, il rispetto. E per questo - si dice ancora - esporre simboli «di parte» è inutile e controproducente. Ma è un dato di fatto che tali valori abbiano preso forma storica e giuridica proprio in quell'Occidente cristiano al quale oggi si chiede di rinunciare, più o meno in toto, ai segni che rappresentano la sua civiltà. Oscurare l'Occidente significa perciò oscurare anche l'universalità dei principii che esso ha contribuito a realizzare nel mondo intero.

! Gianteo Bordero
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