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La leggenda di Beowulfdi Andrea Camaiora - 13 dicembre 2007 Se non avete ancora visto «La leggenda di Beowulf» correte al cinema. E' stupefacente come questo film di animazione ricalchi fedelmente sensazioni e sfumature, più ancora che gli avvenimenti, del più importante testo della letteratura anglosassone antica, il Beowulf appunto, che è ancora oggi privo di autore, titolo e datazione (ma siamo intorno al VII secolo). Vedere il film potrebbe essere la migliore occasione per leggere il poema che è avvincente (Beowulf, a cura di Ludovica Koch - ed. Einaudi 1987) e di facile lettura se si pensa che si tratta del più antico testo poetico lungo che sia stato scritto in un volgare europeo, un sassone occidentale arricchito dal frequente ricorrere alla kemming (metafora). La prima cosa che accomuna scritto e video è ovviamente il titolo: Beowulf. Il regista Zemeckis e i produttori avrebbero potuto pensare a individuare una scelta più accattivante. Del resto non ci sarebbe stato nulla di nuovo rispetto a quanto verificatosi nel corso dei secoli: è singolare infatti che il nome di questo eroe, epico e assolutamente centrale nella cultura anglosassone, non sia stato mai ereditato o riscoperto da alcuno nei secoli successivi. Soltanto un genio come Tolkien lo celebra nel 1936 con l'articolo dal titolo «Beowulf: the monsters and the critics». Eppure il mito di Beowulf, mirabilmente fatto respirare nei dialoghi di questo film d'animazione, è quello di un eroe al pari di Omero (che affronta il Ciclope anche se potrebbe evitarlo), ad esempio, perché traversa un braccio di mare per soccorrere i Danesi e sfidare il mostro Grendel, quindi la madre del mostro e infine, molti anni dopo, il terribile drago. E quando affronta queste creature Beowulf appare anch'egli ''mostro›› in una trama che non perde mai di vista la scelta dell'autore (e che Zemeckis si sforza di rispettare) di mescolare i principi della nuova religione cristiana, che aveva già permeato le popolazioni anglosassoni, con l'antica cultura pagana non ancora dimenticata. Il nostro «Lupo delle api» (da Bee-wolf, anticamente Beowulf) seguirà, come in ogni poema antico, una inevitabile esperienza di maturazione, sospinta certo dal suo ''largo cuore››, certo da una forza fisica senza confronti, ma anche dal desiderio per una rischiosa ''avventura›› e dalla ''forza dell'Ignoto››. L'Ignoto, peraltro, domina e anima l'opera. Basti pensare ad una delle scene più impressionanti del poema: la colluttazione fra Beowulf e Grendel è raccontata dall'esterno della reggia e solo nelle sue conseguenze o nelle sue manifestazioni estreme. Come se il narratore non avesse retto e fosse scappato terrorizzato. Si vedono panche divelte che schizzano via, si sente il frastuono, le pareti che tremano e il terribile ululato del Mostro, sempre celato dal buio della notte (o della profondità delle acque). Zemeckis è stato capace di sfruttare al massimo il particolare delle tenebre, proprio del racconto originale, rendendo così ancora più suggestiva la sua pellicola. Veniamo quindi al film che racconta una libera interpretazione della saga di Beowulf che uccide Grendel e che, in seguito, viene sedotto dalla madre di questi che vuole un figlio da lui, un erede per continuare a mantenere il dominio sul proprio regno. Dalla relazione tra l'Orca e l'Eroe, avranno origine sia il regno di quest'ultimo che un figlio-drago con cui lo stesso protagonista si scontrerà al termine del film. La grandezza del lavoro di Zemeckis non sta solo nell'aver reinterpretato un testo non facile riuscendo a preservarne il sapore. C'è dell'altro: oltre al ricorso a grandi attori come Hopkins (impareggiabile nei panni di re Hrodgar) e Malkovic, assistiamo all'utilizzo innovativo e riuscito della nuova tecnica digitale della Motion Capture (la stessa ad esempio di Polar Express), che consiste nel catturare il movimento di un attore con piccoli catarifrangenti, posti su ogni giuntura del corpo, che rimandano la luce ad alcune telecamere, permettendo così di creare immagini tridimensionali molto precise nei movimenti che vengono poi pulite e trasformate in figure al computer. Sangue, combattimenti cruenti, donne discinte, ammiccamenti sessuali e nudità sono gli ingredienti vincenti del film. Il carattere epico della storia e il suo incedere, lento ma solenne, sono il giusto tributo all'opera originale. «La leggenda di Beowulf» offre così numerosi spunti di riflessione: è ironico, appassionante, pungente e molto, molto realistico. Andrea Camaiora |
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Ragionpolitica, periodico on line n.242 del 11/12/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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