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Sindacati e lavoratori. Fine di un idillio?

di David Consiglio - 15 dicembre 2007

La lista di quanti dovrebbero farsi un attento e scrupoloso esame di coscienza dopo i tragici fatti della TyssenKrupp di Torino (quattro operai morti e diversi altri feriti in maniera grave mentre facevano il loro lavoro) di certo è molto lunga. Dagli organi di controllo che avrebbero dovuto vigilare sul rispetto delle norme sulla sicurezza, fino ad arrivare all'azienda e al sindacato, nessuno di questi attori può a priori sentirsi immune da responsabilità e mancanze. A tragedia avvenuta, purtroppo, non ci resta che confidare nel lavoro della magistratura affinché si faccia subito chiarezza su quanto è avvenuto. Nello stesso tempo, ci auguriamo che le famiglie delle vittime non vengano lasciate sole, come spesso avviene in casi del genere.

Ora, però, ci preme fare un discorso generale sul ruolo e la funzione che al giorno d'oggi svolge il sindacato; senza soffermarci ad esaminare casi specifici, vogliamo provare a fare un'analisi politica sullo stato di salute di queste associazioni di rappresentanza del lavoro e dei lavoratori. Ci chiediamo: che cosa sono diventate? Che cosa fanno e a chi rispondono? E, infine, sono ancora utili in un mondo del lavoro profondamente diverso rispetto al periodo nel quale sono sorte? Senza dare risposte a queste legittime - anche se provocatorie - domande non si riesce bene ad inquadrare il problema. Come dicevamo, il mondo delle imprese e del lavoro è cambiato moltissimo nel corso degli ultimi decenni, e, di conseguenza, anche il sindacato ha mutato il suo modo di essere. Però la metamorfosi delle associazioni di rappresentanza, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, non ha seguìto i mutamenti avvenuti nei diversi settori produttivi, adeguandosi quindi a nuovi assetti determinati dalle tecnologie, dalle moderne organizzazioni aziendali e dalle nuove normative; è stato, piuttosto, un cambiamento che ha percorso un'altra strada, del tutto disgiunta da quella intrapresa nei luoghi di lavoro.

Il sindacato - o almeno la gran parte di esso - non ha compiuto grandi sforzi per assumere una veste e una funzione idonee a dare risposte nuove ed adeguate alle sfide provenienti dall'universo del lavoro, ma si è concentrato su stesso. Mettendo da parte gli interessi dei suoi diretti referenti - i lavoratori - ha speso molte forze per conservare e rafforzare le proprie posizioni. Davanti all'aprirsi di nuovi scenari, i sindacati hanno solo pensato a difendersi; rifiutando il confronto e l'apertura verso il nuovo e il diverso, si sono limitati a combattere battaglie ideologiche e di retroguardia, utili sono a fini di propaganda e del tutto incapaci di migliorare la condizione reale di chi lavora o di chi è in cerca di un posto di lavoro. Il sindacato, in pratica, ha subìto un profondo mutamento della sua natura e della sua funzione, tanto da assumere un ruolo più strettamente «politico» e meno attento alla cura delle relazioni industriali.

In più di una circostanza, specie negli ultimi dieci anni, la maggior parte delle storiche sigle del lavoro hanno assunto posizioni e comportamenti che nulla avevano a che fare con la loro principale missione: la tutela dei lavoratori. Li abbiamo visti in piazza per manifestare contro le guerre o per chiedere l'approvazione di determinate leggi che non riguardavano il loro ambito di competenza, per chiedere la caduta di un governo o per sponsorizzare una forza politica piuttosto che un'altra. Insomma, senza voler negare a nessuno il sacrosanto diritto di manifestare la propria posizione o di schierarsi a favore di una certa battaglia, abbiamo avuto l'impressione di una certa distrazione da parte delle rappresentanze dei lavoratori rispetto a quelli che dovevano rappresentare i loro principali terreni di battaglia. Abbiamo visto un sindacato intento più a fare politica che a tutelare i suoi iscritti. Non a caso, infatti, molte categorie sono ancora prive dei rispettivi rinnovi contrattuali e, in molti casi, intere fasce di lavoratori si sentono abbandonate e prive di tutela. Questi fatti spiegano i fischi che i leader sindacali hanno preso diverse volte quando, negli ultimi anni, sono andati a parlare nelle fabbriche. Tra loro e i lavoratori si è creato un muro di incomprensione e di incomunicabilità.

Invece un sindacato serio e moderno deve avere la capacità di mettersi in discussione, di rivedere e ripensare il suo modo di operare; lasciando meno spazio alla propaganda ideologica, deve dimostrarsi pronto a confrontarsi con la modernità e con i problemi ad essa connessi. Nuovi sono i problemi, nuovi devono esseri gli strumenti per affrontarli. Solo così i sindacati potranno tornare a svolgere il loro ruolo di attore importante del mondo del lavoro, fornendo un solido contributo al progresso sociale ed economico del Paese. In caso contrario, il distacco dai lavoratori in carne ed ossa si farà sempre più grande e, nei fatti, quello del sindacato sarà un semplice ruolo di testimonianza del tutto inutile ed incapace di fornire un contributo positivo all'intero sistema-Paese.

David Consiglio

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Ragionpolitica, periodico on line n.242 del 11/12/2007
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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