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6 marzo 2008
 
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La Nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione

di Gianteo Bordero - 15 dicembre 2007

Christopher Dawson, nel suo saggio Il cristianesimo e la formazione della civiltà occidentale, individua nell'opera dei missionari uno degli elementi che hanno consentito a popoli altrimenti disomogenei per storia, cultura e tradizioni di dare vita alla casa comune dell'Europa prima e di diffondere poi, in tutto il mondo, un nuovo e «vincente» modello di società, fondato sulla centralità e sulla dignità della persona umana, creata da Dio e da Lui amata fino al punto estremo del sacrificio in croce del Figlio. A differenza di quanto accaduto ad altre civiltà e, per certi versi, all'Oriente cristiano, l'Occidente, grazie all'azione evangelizzatrice dei monaci, è nato intrinsecamente missionario. E - si badi bene - non nel senso deteriore del termine «missione», quello che lo fa coincidere con il vocabolo «proselitismo», bensì, innanzitutto, nel senso letterale: l'essere mandati. Quando San Colombano e gli altri monaci irlandesi incominciarono a stabilirsi in altre zone dell'Europa, non lo fecero spinti dallo spirito del «proselitismo», ma per meglio rispondere alla loro vocazione in un momento nel quale essa appariva, nelle terre d'origine, troppo «comoda» e «agiata».

Questo breve richiamo storico può essere d'auito per comprendere appieno la nuova Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede riguardante «alcuni aspetti dell'evangelizzazione», resa pubblica ieri dalla Santa Sede. La Nota nasce dalla constatazione che esiste oggi una «crescente confusione» su che cosa significhi e in che termini debba compiersi l'opera di evangelizzazione a cui Cristo ha chiamato la Chiesa. Tale confusione deriva dal fatto che, tra gli stessi credenti, e non di rado tra gli stessi pastori e teologi, c'è chi da un lato ritiene che «ogni tentativo di convincere altri in questioni religiose sia un limite posto alla libertà», dall'altro lato chi pensa non sia necessario «promuovere la conversione a Cristo». I primi credono sia sufficiente «invitare le persone ad agire secondo coscienza e aiutare gli uomini ad essere più uomini o più fedeli alla propria religione», che «basti costruire comunità capaci di operare per la giustizia, la libertà, la pace, la solidarietà»; i secondi ritengono che sia possibile «essere salvati senza una conoscenza esplicita di Cristo e senza una incorporazione formale alla Chiesa». Tali dottrine risentono in maniera esplicita del peso oggi esercitato a più livelli - da quello filosofico a quello morale, allo stesso livello religioso - dal relativismo e dall'agnosticismo che «negano la capacità umana di conoscere la verità».

A fronte di ciò, la Congregazione per la Dottrina della Fede ribadisce che l'azione missionaria, propria della Chiesa come di ogni credente, con la quale «si sollecita una persona, nella piena libertà, a conoscere e ad amare Cristo», non costituisce una «indebita intromissione nella libertà umana, bensì una legittima offerta ed un servizio che può rendere più fecondi i rapporti tra gli uomini». Infatti fa parte del dinamismo stesso della fede cristiana, ricevuta in dono nell'incontro sorprendente con Gesù, la comunicazione all'altro della grazia che si è ricevuta. Come ha scritto nella sua seconda enciclica Papa Benedetto XVI, la fede cristiana, diventando «performativa», investendo cioè ogni aspetto dell'esistenza, finisce per segnare dall'interno la vita stessa della persona (il suo cuore, la sua mente, le sue azioni) e ne diviene quindi il tratto visibilmente caratterizzante agli occhi degli altri. E' questo «proselitismo»? Evidentemente no. Il fatto è che, nella prospettiva adottata da chi sostiene il contrario, la fede viene considerata come qualcosa di «giustapposto» alla persona, come un abito esteriore che si può vestire e svestire a piacimento, che non tocca la stessa radice dell'uomo, non lo penetra fino al punto di cambiarlo, di «convertirlo» - come toccò ai primi cristiani martiri del potere imperiale romano, che di fronte ai loro accusatori che gli chiedevano il nome rispondevano soltanto: «Christianus sum». Per questo la Nota ritiene che «l'incorporazione di nuovi membri alla Chiesa non è l'estensione di un gruppo di potere, ma l'ingresso nella rete di amicizia con Cristo, che collega continenti ed epoche diverse». E' in questo senso che la Chiesa, come detto, è «strumento di una vera umanizzazione dell'uomo e del mondo», cioè fonte di civiltà.

Un'ultima considerazione - non marginale - la Nota la dedica alle implicazioni del documento sul versante dell'ecumenismo. Nei Paesi in cui i cattolici sono minoranza rispetto ad altre confessioni cristiane, spesso tra gli stessi sacerdoti e vescovi l'opera di evangelizzazione viene ritenuta superflua, come fosse una mancanza di rispetto nei confronti degli ortodossi o dei protestanti. E così le conversioni al cattolicesimo vengono spesso «bloccate» o scoraggiate per motivi di realpolitik ecclesiale. Invece - sottolinea la Nota - «se un cristiano non cattolico, per ragioni di coscienza e convinto della verità cattolica, chiede di entrare nella piena comunione della Chiesa cattolica, ciò va rispettato come opera dello Spirito Santo e come espressione della libertà di coscienza e di religione». Commenta l'arcivescovo Angelo Amato, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, dai microfoni di Radio Vaticana: «Non si tratta quindi di proselitismo, ma di rispetto della dignità della persona e delle sue scelte religiose. Niente si impone con la forza, ma nella totale gratuità della condivisione di un dono».

! Gianteo Bordero
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