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6 marzo 2008
 
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L'onere economico della riforma del welfare ricadrà sui giovani

di Alessandro Gianmoena - 22 dicembre 2007

Il protocollo sul welfare diviene legge grazie all'imposizione del voto di fiducia al Senato del governo Prodi. Le giovani generazioni, i lavoratori autonomi ed i precari ringraziano. Ringraziano perché essi saranno i nuovi muli destinati a sopportare l'onere gravoso del costo dei diritti, ormai acquisiti, di chi potrà andare in pensione a 58 anni nel 2008 e di chi potrà, grazie alla «quota», ossia la somma dell'età con gli anni di contribuzione, anticipare la pensione prima della soglia dei 60 anni. Il peso della controriforma che cancella la legge Maroni dello «scalone», che indicava la soglia di pensionamento a 60 anni a partire dal 2008, produrrà, secondo il nucleo di valutazione del Ministero del Lavoro, un aumento della spesa pubblica delle pensioni stimato intorno all'1,9% nei prossimi cinque anni e dell'1,7% nel quinquennio successivo. Insomma, l'anno prossimo la legge sul welfare graverà di 1,5 miliardi di euro fino ad arrivare a 2 miliardi negli anni successivi. Ed i contribuiti degli autonomi e dei precari verranno aumentati nei prossimi anni per sostenere il costo della legge.

Questo è il regalo natalizio di Prodi per le giovani generazioni, destinate a farsi carico dell'onere economico di questa riforma senza la certezza di avere gli stessi diritti riconosciuti, e per chi, come i lavoratori con contratto a termine, si sentono discriminati poiché grava anche su di loro il peso previdenziale delle generazioni più anziane. Nella legge non si parla solo di pensioni, ma anche di lavoro. La legge Biagi, contrariamente alla volontà della sinistra radicale, viene in sostanza mantenuta salvo l'eliminazione di alcune forme contrattali come lo staff leasing ed il lavoro a chiamata, mentre i contratti a termine dopo i 36 mesi di vita dovranno essere rinnovati con il solo accordo delle parti sociali. Il vizio di questa legge si concentra ancora su una discriminazione anagrafica che privilegia la minoranza dei pensionandi ed irrigidisce il mercato del lavoro per le giovani generazioni. E' un regalo alla sinistra radicale che vota pur essendo contraria al mantenimento della legge Biagi. E' un regalo che il senatore Dini, padre della riforma previdenziale vigente, fa a Prodi dimostrando la sua libertà condizionata alla sinistra.

Ed il Professore mostrando un derealizzata fiducia nel futuro del suo governo festeggia il varo di una legge che è frutto di un compromesso per la sua sopravvivenza. Dopo un anno di dibattiti con le parti sociali e referendum organizzati nelle fabbriche il prodotto finale trova il consenso della maggioranza dei senatori in quota all'Unione e degli ausiliari a vita che votano non per giudizio di merito ma per calcolo politico legato al futuro del Governo Prodi. Se il senatore Fisichella ha dichiarato di dare il consenso solo per un mero espediente tecnico, onde evitare l'esercizio provvisorio, dovrebbe comprendere che la legge sul Welfare non poteva essere votata per un semplice calcolo tecnico o di convenienza politica.

In due anni di governo Prodi abbiamo assistito più volte ad una forzatura delle procedure: si è fatto ricorso ben trentuno volte al voto di fiducia. Se si pensa che questo governo è nato con la fiducia di appena metà degli italiani ed è calato a picco nei consensi negli anni successivi, ci si dovrebbe domandare dove sta la democrazia in Italia se la stessa opposizione in Parlamento viene esclusa dal dibattito in materie fondamentali come quella previdenziale. Quando la convenienza politica, come nel caso del governo Prodi, si separa dall'interesse comune del popolo privilegiando solo una minoranza ci rendiamo conto di vivere sotto lo scacco di un Esecutivo che fa dell'azione di governo una dittatura delle minoranze pur di mantenere il potere. L'Unione si è pensata in questo modo, come somma di culture politiche antitetiche unite dall' alternativa a Berlusconi, ma l'opportunismo politico non potrà a lungo sostituirsi al giudizio di merito su una coalizione che può vantare mille linee politiche e nessuna intesa di governo se non quella relativa alla gestione delle leve del comando dello Stato.

! Alessandro Gianmoena
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