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La fine dell'università

di Remo Viazzi - 15 gennaio 2008

Il fatto che il Papa, il filosofo Ratzinger, non possa tenere la sua lectio magistralis per l'inaugurazione dell'anno accademico della Sapienza di Roma fuga ogni dubbio sul livello delle nostre università. Rimane la magra consolazione che più in basso di così non è possibile andare e che dunque, presto o tardi, ci dovrà pur essere una ripresa. Nell'immaginario collettivo il mondo degli accademici universitari ha sempre rappresentato la massima espressione culturale e scientifica del nostro Paese. Lì operavano e si confrontavano i cervelli più fini delle italiche virtù ed accedere o essere ammessi nel selezionato consesso dei docenti universitari garantiva una patente di eccellenza che nessuno osava mettere in discussione. Dal ristretto numero dei cattedratici universitari usciva la classe dirigente del Paese: era ancora ben lontana la moderna cultura del saper fare e dettava legge l'irrinunciabile necessità di sapere, come presupposto della conseguente capacità di operare, applicare, far funzionare. Le cose non stanno più così.

Non è questa la sede per provare a spiegarne i motivi, ma l'ottusità, la faciloneria, la meschinità con la quale un nutrito gruppo di professori della Sapienza si è scagliato contro l'ipotesi di far pronunciare al Papa la lectio magistralis dimostra che quell'immagine dell'università è ormai svanita. Oggi essa è pericolosamente assediata da una becera accolita di arrivisti autoreferenti; quel che è peggio è che lo stato di totale degrado appare evidente, prima ancora che nella questione in sé, nel metodo con cui è stata affrontata. Non è data alcuna possibilità di crescita e di sviluppo dello spirito umano laddove sia preclusa la possibilità del dialogo, del confronto, al limite anche dello scontro di idee. Stefano Guazzo, un letterato del 1550, sosteneva che «'l sapere comincia dal conversare et finisce nel conversare»: era quindi, e ancora dovrebbe essere, l'università il luogo più indicato per consentire e favorire questa produttiva dialettica, che invece sembra essere stata del tutto smarrita. In verità, chi vince un concorso a cattedre per entrare in università, prima che un docente, dovrebbe essere un «ricercatore». Le ore che si dedicano all'insegnamento e alla formazione degli allievi sono poche e certo non giustificano certi stipendi, assai più importante e qualificante è il tempo e lo sforzo che il docente sa dedicare e impiega per la sua formazione, la ricerca, l'«umiliante» capacità di farsi sempre ancora «discente». Tutto questo, in un batter d'occhio, è svanito: il peccato è grave, forse il più grave, è peccato di superbia, di presunzione.

Nell'opporsi all'accoglimento della lezione papale, i professori della Sapienza hanno dimostrato, senza possibilità di appello, prima di tutto di aver sbagliato mestiere. Manca in loro ciò che invece è essenziale: l'amore per la discussione, la consapevolezza platonico-socratica che è dal dialogo tra gli opposti che scaturisce la verità, che anche per il conseguimento del sapere bisogna fare fatica, mettersi in gioco, ritrattare, sollevare dubbi, a volte ricominciare da capo. Nel dimostrare tale loro imbarazzante ottusità, hanno dato prova di derogare anche ai più logici ed elementari principi metodologici della ricerca scientifica. In primo luogo, infatti, hanno mancato di controllare la veridicità delle affermazioni attribuite al Pontefice (fidandosi di strumenti quali le enciclopedie on line!). Se, però, erano in possesso dell'intero intervento dell'allora cardinale Ratzinger (era il 1992!) - cosa assai più grave - hanno evidenziato una totale incapacità di comprendere e contestualizzare quelle affermazioni, declinandole secondo biechi interessi di parte. Cosa possano insegnare questa sessantina di professori della Sapienza di Roma non sta a me dire.

! Remo Viazzi
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