|
|||||||
|
|
Ragione e pregiudiziodi Aldo Vitale - 17 gennaio 2008 «Sarà uno dei motivi di confusione per i dannati il vedersi condannati da quella loro stessa ragione con cui hanno preteso di condannare la religione cristiana». Così scriveva Blaise Pascal su quanti credono di sconfiggere la religione cristiana con la ragione, anzi su quanti sono convinti che fede e ragione siano in contrasto. Se certo ai docenti di fisica de La Sapienza è evidentemente sconosciuto tutto il pensiero filosofico e scientifico cristiano (la circostanza, per esempio, per cui Copernico era decisamente cristiano, tanto da divenire canonico nel 1497, cioè lo stesso anno delle sue prime osservazioni; o che il brocardo «credo ut intelligam, intelligo ut credam» è di Sant'Agostino; o che la laicità e perfino la sua medesima pensabilità sono di per se stesse contenute nel Vangelo: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio»), di sicuro non può sfuggire loro il profilo altamente laico e razionale del discorso che Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere all'università se la loro intolleranza anti-illuministica ed anti-costituzionale non l'avesse impedito. Ratzinger afferma, infatti, che «emerge subito l'obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede», ma immediatamente ricorda che fede e ragione - e quindi i modelli etici che da esse discendono - non possono considerarsi separate. In sostanza: quando la ragione si separa dalla fede genera le mostruosità e le atrocità che sono state ampiamente mostrate sul palcoscenico della storia del XX secolo, cioè il risultato più eclatante del pensiero per cui Dio è morto e la religione è l'oppio dei popoli; quando invece la religione si separa dalla ragione si creano dei sistemi socio-politici di stampo teocratico (come si ambisce in Iran sulla scia della prospettiva di Ruhollāh Khomeyni) che annullano totalmente l'ambito di libertà dell'uomo, cioè il suo ambito di verità, quella verità che lo pone come soggetto del creato, ma non ab-solutus, cioè non svincolato e svincolabile dalla sua dimensione metafisica, che è proprio la dimensione che dona prospettiva alla sua esistenza e quindi libertà alla sua essenza. Proprio per questo, continua Ratzinger, «filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino». Ed è questa l'ottica in cui si inserisce il pensiero laico di un credente, anzi, di un santo, di uno dei padri della Chiesa cattolica, di uno dei pilastri del pensiero filosofico, giuridico, teologico, politico, economico dell'Occidente: San Tommaso d'Aquino, cioè colui che ha saputo conciliare la filosofia greca - in specie il pensiero aristotelico - con i precetti della fede cristiana; colui che ha saputo indicare per primo in modo sistematico che l'uomo può restare uomo pur essendo credente, e che il credente, pur credendo, è anche un uomo. San Tommaso ha insomma ampiamente, profondamente ed inconfutabilmente dimostrato che l'uomo non è costretto a scegliere tra fede o ragione, ma è costretto, se vuole mantenere davvero la sua umanità, cioè la sua essenza, la sua libertà, a non abbandonare né la fede, né la ragione, ma a seguirle e contemperarle, facendo di questa coesistenza - così come indicato nei Vangeli - la verità della propria esistenza. Questa verità Ratzinger avrebbe mostrato nella sua visita a La Sapienza, se solo ne avesse avuto l'opportunità e la libertà, ma questa verità - che poi è la verità - non può che sfuggire ai sapienti dottori di fisica e scienze naturali dell'università romana, e ciò per due ordini di motivi. In primo luogo: è ormai un dato di fatto, una acquisizione storica, che la maggioranza degli scienziati abbiano aderito ad una concezione positivista per cui scienza e fede sono in contrasto poiché la ragione è l'unica verità e la fede altro non è che una superstizione particolarmente coriacea. La gran parte degli scienziati moderni ha, infatti, assunto il dogma tanto elementare quanto superficiale di Bertrand Russel per cui laddove la «scienza è il tentativo di scoprire per mezzo dell'osservazione e del ragionamento fondato sull'osservazione i fatti particolari riguardanti il mondo e quindi le leggi che connettano i fatti gli uni con gli altri e le leggi che rendano possibile la previsione dei futuri accadimenti», la fede è invece «la fonte intellettuale del contrasto fra la religione e la scienza: e l'asprezza della loro opposizione è stata determinata dai legami esistenti fra le diverse fedi con le chiese e con i codici etici».
In secondo luogo: il problema è più che altro filosofico e filosofica è la problematica che investe la scienza moderna, che, diversamente dalle sue origini, non è più orientata all'orizzonte ontologico, ma a quello tecnico, per cui ha sostituito la domanda «cosa è?» (cioè il vecchio «ti estì» dei primi scienziati e filosofi greci) con la domanda «come è?». La scienza, sulla scorta della spinta positivista del XIX secolo, si è insomma trasformata da sapere ontologico, da pura ontologia (che la determinava come scientia, cioè come conoscenza), a mera tecnologia, cioè a semplice sapere tecnico che come tale è fine a se stesso, ha cioè una sua verità che tuttavia non è la verità. E così, in conclusione, alla luce dei difetti dei docenti de La Sapienza, prende nuovamente corpo il pensiero di uno scienziato, di Pascal, per cui «la scienza delle cose esteriori (geometria e fisica) non mi consolerà dell'ignoranza morale, nel tempo dell'afflizione; ma la scienza dei costumi (l'etica) mi consolerà sempre dell'ignoranza delle scienze esteriori». Aldo Vitale |
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.247 del 15/1/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||