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numero 280
6 marzo 2008
 
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A scuola di anti-capitalismo

di Stefano Magni - 19 gennaio 2008

Se il futuro di una nazione dipende dalla sua cultura, che cosa ci dobbiamo aspettare quando saranno cresciute le generazioni che ora stanno studiando? Mentre le madrasse dove si insegna l'Islam più radicale e ideologizzato sfornano terroristi e le nuove direttive di Mosca per l'educazione prevedono una rivalutazione dello stalinismo, nei due principali Stati europei, la Germania e la Francia, prevalgono programmi di insegnamento ispirati al marxismo e ad una forte propaganda anti-capitalista. Un'inchiesta condotta dal giornalista economico Stefan Theil (Newsweek) rivela quanto siano ideologizzati e carichi di pregiudizi populisti i loro libri di testo economici. Lo studio riguarda solo i testi francesi e quelli tedeschi perché i due Paesi sono ritenuti le locomotive (culturali, politiche ed economiche) dell'Unione Europea, ma potrebbe benissimo adattarsi anche alla realtà culturale italiana.

Nell'Europa occidentale del capitalismo avanzato, all'alba del XXI secolo, si dà per scontato che il libero mercato sia un male, uno strumento di oppressione nelle mani di pochi potenti per sfruttare le masse operaie. «La globalizzazione sottomette il mondo al mercato e costituisce un vero pericolo culturale». «La pressione globale per una maggior deregulation, in realtà significa il dissanguamento del moderno Stato nazionale». Non sono citazioni tratte da due pamphlet di propaganda della Corea del Nord, né dell'ex blocco sovietico, ma da due testi di studio dell'Europa occidentale, il primo francese e il secondo tedesco. In Francia gli studenti che si preparano per l'esame di ammissione di Scienze Politiche e studiano sul testo Histoire du XXe siècle devono imparare che: «La crescita economica impone uno snervante stile di vita che produce superlavoro, stress, depressione, malattie cardiovascolari e, secondo alcuni, anche il cancro».

Quanto alla nuova economia, alla voce «start-up», il testo francese accosta aggettivi quali «imprese azzardate» dalle «prospettive mal definite» e, per spiegare meglio il concetto, rimanda ad approfondimenti sul crollo del Nasdaq e sulla bolla tecnologica. Di fronte a un mercato libero che viene dipinto come un pericolo letteralmente «mortale» (anche in senso fisico), lo stesso testo propone la sua ricetta no global: si sostiene, infatti, che, il XXI secolo si sia aperto all'insegna della «consapevolezza dei limiti della crescita e dei rischi che essa pone all'umanità». Una consapevolezza che i cittadini di Genova hanno sperimentato sulla loro pelle nel corso della sommossa contro il G8 del 2001. Il libro di testo in questione non vede il capitalismo come un sistema produttivo o sociale, ma come un qualcosa di «selvaggio», «brutale» e soprattutto «americano»: di fatto viene di nuovo spacciata la teoria leninista dell'imperialismo (in questo caso degli Stati Uniti) come ultimo stadio della degenerazione inevitabile del capitalismo. E stiamo parlando di un libro scritto e pubblicato nel 2005, non nel 1917.

Un corso di Scienze Economiche e Sociali, sviluppato per volontà dello stesso ministero dell'Educazione francese, si concentra esclusivamente sulle ricadute negative dell'attività economica sulla società. Il ministero stesso impone che la risposta alla globalizzazione debba essere l'imposizione di nuove regole statali, anche su scala internazionale. In altri libri di testo ancora più diffusi, gli studenti che vogliono essere promossi dai loro professori devono imparare che le nuove tecnologie distruggono posti di lavoro e che la «globalizzazione della cultura» porta a «violenza internazionale e movimenti di resistenza armati». Questa impronta marxista caratterizza anche i giornali di approfondimento, che gli studenti più bravi sono invitati a leggere, come Le Monde Diplomatique. L'ultimo numero (in Italia è diffuso e tradotto da Il Manifesto) è un pamphlet unico contro il capitalismo internazionale. Si va dall'editoriale del direttore Ignacio Ramonet, che elogia l'Africa che resiste alla liberalizzazione degli scambi (per morire di fame?), a un lungo articolo contro i vigilantes (non solo Blackwater, ma anche i semplici mondialpol, come quelli che vediamo proteggere le banche e i negozi), visti come vera e propria arma nelle mani del grande capitale e come minaccia alla nostra sicurezza.

Nelle scuole e nelle università tedesche la realtà è altrettanto drammatica: ciascuno dei 16 Land che dettano le linee-guida dell'istruzione pubblica promuove una visione tipicamente marxista del lavoro e dell'imprenditoria. Un libro di testo per le scuole superiori insegna, nel capitolo «Che fare contro la disoccupazione?», come organizzare i lavoratori in gruppi di pressione e inscenare manifestazioni per ottenere dallo Stato più tutele e posti di lavoro. Nello stesso capitolo è riportato un lungo estratto del programma della federazione sindacale tedesca: le 30 ore settimanali, il pensionamento statale a 60 anni, la redistribuzione dei posti di lavoro tramite la riduzione degli orari da full time a part-time. Un altro libro di studio sulla globalizzazione, per descrivere il fenomeno, usa definizioni quali «brasilianizzazione» dell'Europa, «revival del capitalismo di Manchester» (quello descritto da Dickens, ndr) e «ritorno al Medioevo». Si spiega anche che la Cina e l'India sono economie di successo perché ampi settori strategici sono nelle mani dello Stato e perché il commercio è fortemente limitato dal protezionismo. Un tema ricorrente è Internet e la rivoluzione informatica: strumenti in grado di trasformare i lavoratori in numeri e distruggere le relazioni interpersonali.

Gli effetti di questa sistematica disinformazione sul capitalismo non si fanno attendere. Lo studente tedesco o francese che studia su questi libri non crederà mai (o sarà considerato un ingenuo dai coetanei e bocciato dai professori) che il capitalismo non è che un sistema pacifico di scambio, in cui le due parti guadagnano reciproci vantaggi. Non crederanno mai che l'imprenditore non sfrutta, ma propone uno scambio con il lavoratore (lavoro in cambio di denaro). Né riusciranno mai a comprendere che il mercato si basa su scelte libere, perché un'azienda offre prodotti o servizi a milioni di persone che li stanno chiedendo. Non capiranno che le nuove tecnologie stanno rendendo più confortevole la loro vita come le generazioni precedenti neanche potevano immaginare. E non sapranno neppure che, solo grazie alla globalizzazione, moltissimi Paesi poveri del Terzo Mondo sono usciti dalla miseria, che le caste inferiori in India si stanno lentamente emancipando e che regimi totalitari durissimi, come la stessa Cina Popolare, hanno dovuto abbassare il loro livello di violenza e repressione per permettere il funzionamento del mercato. Il bravo studente che esce a pieni voti da un corso di studi anti-capitalista sarà convinto di vivere in un mondo molto peggiore di quello che è in realtà. Vedrà il suo datore di lavoro come un nemico a cui deve ribellarsi. Vedrà il suo posto di lavoro come una minaccia alla sua libertà. Vedrà le nuove tecnologie come un nuovo strumento di oppressione. In sintesi: le nuove generazioni vivranno nell'incubo del futuro. E vedranno ancora nello Stato l'unica oasi di salvezza.

E' comprensibile che leader riformatori come Angela Merkel e Nicolas Sarkozy (che pure sono consapevoli dei benefici del libero mercato) siano costretti a moderare i loro programmi, annullare i progetti più liberali e siano piuttosto incoraggiati a lanciare proclami anti-capitalisti (come la «tassa sui ricchi» della Merkel e le sparate contro la globalizzazione di Sarkozy): il loro popolo li lincerebbe se dicessero qualcosa di diverso. Stefan Theil, nella sua inchiesta, snocciola dati inquietanti sulla tendenza delle opinioni pubbliche: solo 2 francesi e 2 tedeschi su 5 vorrebbero avere un lavoro autonomo, mentre gli americani che rispondono positivamente sono 3 su 5. Il 28% degli americani vogliono aprire nuove imprese, contro l'11% dei francesi e dei tedeschi. Se non nasceranno nuove imprese, avremo ancora meno posti di lavoro. E vivremo realmente nell'incubo che si studia nei libri di scuola.

! Stefano Magni
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  • Parliamone. - di Masoni Alberto - 21 gennaio 2008 18:21
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