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6 marzo 2008
 
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Paese normalizzato

di Raffaele Iannuzzi - 19 gennaio 2008

Massimo D'Alema, al tempo dell'ulivismo imperante, creò la formula politica del «Paese normale». Obiettivo politico dei post-comunisti era, a quell'epoca, creare le condizioni politiche affinché l'Italia diventasse finalmente un «Paese normale». Accanto a questo wishful thinking, con connotazioni ideologiche facilmente riconoscibili, emerse un altro tormentone politico: il primato dell'Europa. L'Italia «Paese normale» in un'Europa alternativa all'America. Dopo l'11 settembre le cose sono andate diversamente, come sappiamo. Ma quella formula dell'Italia «Paese normale» è rimasta sottotraccia anche durante le elezioni del 2006. E, infatti, alla guida del governo abbiamo ritrovato Prodi, ex commissario europeo e boiardo di Stato. Cioè, appunto, la figura del «Paese normale» secondo il verbo dalemiano. Ebbene, dal 2006, l'Italia, più che un Paese «normale» nel senso stavolta corrente del termine, cioè decente, europeo come potrebbe esserlo oggi la Francia di Sarkozy, è diventato un Paese normalizzato, senza virgolette. Il Paese delle intercettazioni distese su tutto il territorio nazionale: intercettati ministri e avversari politici. Tutti. Dal primo all'ultimo. E' il Paese della normalizzazione ideologica. Violenta, come ogni normalizzazione.

Il laicismo elevato a cifra della cultura dello Stato. Ben lungi dalla corretta definizione di laicità dello Stato, che comprende, per contro, l'idea di un bene comune e di una pluralità di voci in dialogo fra loro. Un Paese, l'Italia, in cui chi dovrebbe difendere i lavoratori fa politica e investe di politica tutto ciò che riguarda la nuova questione operaia, sovvertendo i criteri originari della propria missione storica. Ecco, allora, che ci troviamo a cavallo tra la retorica di massa quando muore un operaio o due lavoratori in una stiva trasformata in una camera a gas, a Marghera, e lo sfilacciamento contrattuale, nella scissione culturale non più ricucibile tra la deleteria pratica della contrattazione nazionale e il decentramento contrattuale che ancora non è alle viste. Ecco il Paese «normale» di D'Alema e Prodi: la normalizzazione come cifra della politica. Nessuna operazione politica a difesa della libertà, tassazione selvaggia, nessuna politica per le famiglie, potere assoluto conferito agli istituti bancari, l'idea di una cittadinanza completamente alla mercé dello Stato, peraltro in crisi storica. Rimane soltanto la Chiesa a difendere il popolo. Il dialogo fra Berlusconi e Veltroni, come avevo prefigurato da tempo, è interrotto e difficilmente potrà proseguire come se nulla fosse accaduto. Come se lo Stato non fosse in balìa di un insieme di apparati che diventano sempre più forti e intoccabili, come se non ci fossero già 600 nuovi membri del Politburo prodiano assunti dal regime a difesa degli interessi presenti e futuri della tecnocrazia e della tecnostruttura, come se il Papa non avesse subito un affronto indicibile, come se la «munnezza» non fosse già arrivata nella testa e nei cuori non soltanto dei napoletani, come se la bozza Bianco fosse sufficiente per un accordo bipartisan, come se la moglie di Mastella e alti dirigenti dell'Udeur non fossero stati arrestati come appartenenti ad un'associazione a delinquere e infine come se la politica avesse ancora un ruolo di mediazione pubblica e di decisione in un Paese così normalizzato da vedere, come da vent'anni a questa parte, la magistratura al comando, con le manette pronte per il polsi dei nemici di turno.

E' davvero troppo per arrischiare l'operazione grottescamente taumaturgica del «come se». Il tempo è scaduto. La realtà italiana è, allo stato attuale delle cose, insanabile con il dialogo ordinario e con la mera composizione degli interessi. Del resto, Mario Monti può ancora scrivere di un'Europa da rispettare, come ha fatto sulle colonne del giornale-partito supplente, «Il Corriere della Sera» il 17 gennaio, e può ancora sottolineare la rilevanza dell'euro «come solida e grande moneta sul piano globale, capace di accompagnare e, in parte, di sostituire il dollaro». Moneta forte «sul piano globale», cioè sul piano macroeconomico e strutturale, là dove le banche e il credito dominano, là dove Prodi e gli amici di Prodi diventano mallevadori di politiche economiche e finanziarie, là dove la tecnostruttura burocratica traduce in nuova egemonia del collettivismo burocratico ogni decisione presa dall'alto, spettatori e convitati di pietra sgraditi e, nella migliore delle ipotesi, tollerati, i cittadini ed i popoli. Il tempo è scaduto e la partita oggi rinfocola la griglia storica dello stato d'eccezione italiano, esattamente l'opposto del Paese «normale» nel senso comune del termine; esattamente la traduzione pratica del Paese normalizzato. Il nostro Paese, l'Italia.

! Raffaele Iannuzzi
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