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Alberto Rosselli L'olocausto armenorecensione di Mario Secomandi - 19 gennaio 2008 Come sottolineato anche dalla Convenzione dei diritti dell'uomo delle Nazioni unite, il massacro e lo sterminio dei cristiani anatolici (col suo milione e mezzo di vittime) è stato il primo genocidio del ventesimo secolo. L'Armenia, nazione cristiana dell'Asia minore confinante con la Turchia e rilevante crocevia tra Oriente ed Occidente, si ritrovò, verso la fine dell'800, ad essere inglobata dall'impero ottomano e fu considerata da questo come una «etnia minore», la cui popolazione fu soggetta allo status di «dhimmitudine» e privata dei più elementari diritti. Le prime persecuzioni verso gli armeni furono condotte dal sultano Abdul Hamid II tra il 1894 e il 1896. Incapace di accettare i fallimenti economici del suo governo e timoroso di un'alleanza tra la minoranza armena e l'impero russo-ortodosso, il sultano ottomano mobilitò le proprie milizie, le quali eliminarono più di 200.000 armeni, rastrellando e distruggendo più di 2.000 villaggi. Il culmine si toccò con la strage di Urta: le milizie turche imprigionarono più di 3.000 armeni nella cattedrale locale, cui diedero fuoco con tutte le persone all'interno. Qualche anno dopo, in piena crisi politica e socio-economica della Sublime Porta, entrò in scena il movimento dei Giovani Turchi, i quali, imbevuti di dottrine ideologiche laiciste e nazional-marxiste, al fine di «modernizzare» e «turchizzare» il Paese volevano eliminare il sultano e sopprimere sistematicamente e scientificamente qualsivoglia elemento «allogeno», a cominciare, ovviamente, dalla minoranza etnico-religiosa cristiana armena. A tal fine si procedette, nel 1915 (dunque in concomitanza allo scoppio del primo conflitto mondiale), all'eliminazione di un milione di armeni, con l'annientamento delle élites e dei militari, dei notabili locali, intellettuali, scrittori, giornalisti e sacerdoti, fino alla deportazione di massa nei campi di concentramento e prigionia siriani e mesopotamici, autentici «lager primordiali», privi finanche di baracche e servizi igienici. Occorre conoscere la turpe tragicità di un simile massacro messo in atto dalle strutture paramilitari dei Giovani Turchi: molti degli esponenti del movimento armeno furono incarcerati e strangolati con filo di ferro; a molti sacerdoti vennero cavati gli occhi e strappate le unghie ed i denti, e ai loro piedi furono inchiodati ferri di cavallo arroventati; a migliaia di famiglie toccò in sorte di essere ammassate e lasciate morire di stenti; neanche gli anziani vennero risparmiati; tante donne e bambini furono brutalmente violentati, torturati e sodomizzati, divenendo cavie per la sperimentazione di nuovi farmaci e nuovi metodi di eliminazione, come quelli dell'«annegamento lento» e dell'«utile combustione», in cui gli sfortunati prigionieri venivano gettati vivi all'interno delle caldaie delle locomotive allo scopo di fornire maggiori quantità di energia ai mezzi. Nel 1918 nacque la prima Repubblica d'Armenia, ma per questa nazione e popolo non finì il travaglio: il nuovo regime repubblicano turco di Ataturk non esitò a negare il massacro e continuare a perseguitare la minoranza armena, col risultato che tale strage è stata completamente posta nel dimenticatoio anche dagli altri governi di Ankara che si sono succeduti. La «questione armena» non riguarda solo una necessità odierna di revisionismo storico, ma ha a che fare anche con l'attualità politica: se la Turchia ambisce davvero ad uscire dall'arretratezza e dal fondamentalismo e vuole entrare pienamente nel consesso dell'Unione Europea, è chiamata a deporre l'ascia del negazionismo circa l'olocausto armeno e riconoscervi le responsabilità storiche della Sublime Porta, così come richiesto da molte istituzioni internazionali e dal Parlamento europeo. Sulla falsariga di quanto operato dai tedeschi in merito all'elaborazione del passato nazista, anche i turchi sono chiamati a confrontarsi in maniera compiuta col proprio «misfatto storico». Spiace nondimeno constatare come, sulle rive del Bosforo, non si stiano granché tollerando i coraggiosi tentativi di rivisitazione del genocidio operati da alcuni bravi intellettuali anatolici, come lo storico Taner Akcam, condannato alla reclusione, l'editore Ragip Zarakolu, incriminato, il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, accusato, minacciato di morte e riparato negli Stati Uniti, il giornalista di origine armena Hrant Dink, ucciso.
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Ragionpolitica, periodico on line n.247 del 15/1/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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