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numero 280
6 marzo 2008
 
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Fotogrammi dall'inferno

di Armando Pannone - 22 gennaio 2008

Le cataste di immondizia raggiungono altezze da ziggurath punteggiando la periferia di Napoli. Cani, piccioni, gabbiani e topi proliferano ai bordi della tante piramidi di sacchetti sventrati, contendendoli agli sbandati che cercano a mani nude rottami e cartoni da rivendere a chissà chi. I passanti hanno negli occhi lampi di pianto e di rabbia impotente. Non va meglio dove sono stati raccolti i rifiuti, sostituiti da chiazze oleose e maleodoranti, ma nessuno osa lamentarsi. Perlomeno non ci sono cumuli, almeno per qualche giorno, fino a quando ogni famiglia dovrà di nuovo depositare i rifiuti per strada. Ed allora si ricomincerà, in una spirale infinita di degrado e mortificazione. I bambini sono i più esposti. Respirano il lezzo acre della spazzatura e affollano le sale d'attesa degli ospedali. I medici spiegano che hanno minori difese immunitarie e il rischio di infezioni delle prime vie respiratorie e gastroenteriti è più alto. Nulla di preoccupante, assicurano, ma i genitori sono lo stesso arrabbiati e preoccupati.

Per strada, poca gente. Per timori di blocchi improvvisi, di manifestazioni non annunciate e spontanee, contro chi non importa, la gente compra il necessario e si chiude in casa. Poche anche le auto. Voglia di parlare zero. Scuole chiuse, aperte ma vuote. Come finirà l'anno scolastico? Nessuno lo sa, ci si penserà dopo. Dopo, dopo... Sono quindici anni che le cose vanno avanti così, a Napoli, parlando di sviluppo, di progresso, lotta alla delinquenza ed alla disoccupazione. Ogni primo maggio i sindacati, tra un mare di bandiere rosse, vengono a parlare di «nuovo Sud», «nuovo Mezzogiorno», «lavoro per i giovani». Senza vergogna, senza pudore. Vecchi slogan per nuovi ascoltatori, nuove generazioni di illusi da accompagnare alla disoccupazione ed al degrado, da grandi, in questa città, una volta cittadini e, forse, lavoratori.

Commercio in ginocchio, tutti fuori dei negozi a scambiare quattro chiacchiere con gli immigrati che espongono la loro merce quasi a ridosso delle boutiques. E' crisi anche per loro e dunque la povertà comune cementa nuove amicizie, sintomo di rassegnata integrazione. Turismo in panne. I croceristi scendono dalle navi e si fanno fotografare vicino ai cumuli della spazzatura. Ultima frontiera della dignità urbana. Credevamo di aver raggiunto il fondo del barile quando venivano scippati dei Rolex. La parola d'ordine è non drammatizzare, perché Napoli non è questa, Napoli non è così. La pesante cappa di immondizia irrorata di disinfettanti acri quanto la diossina nasconde i tanti altri irrisolti problemi di Napoli. Lo sviluppo, la disoccupazione, il benessere diffuso e la lotta alla criminalità, organizzata e non. Questioni gravi, cupe sullo sfondo nero di una metropoli cristallizzata nella propria impotenza. La città, dopo i fatti di Pianura, ha ripreso il controllo di se stessa. E' sconvolta dalle violenze ai danni delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco, degli operatori della protezione civile e del personale delle ambulanze. E' indignata con i responsabili di questo scempio, ma rassegnata a non avere giustizia.

Le colpe sono di una sinistra che per quindici anni ha retto le sorti della città riducendo in macerie le fondamenta culturali ed intellettuali partenopee, cristallizzandone l'evoluzione democratica e liberale. Le nuove generazioni meditano l'emigrazione di massa, perché non c'è spazio per la progettualità a Napoli, né per costruire una coscienza civica assopita, alle soglie del coma irreversibile. Un altro danno esistenziale che costringerà tanti napoletani, una volta al Nord, in Italia, a subire umiliazioni psicologiche legate alle vicende di questi terribili giorni. La N di napoletano sarà un marchio infamante? Auguriamoci di no. Siamo al punto di non ritorno di una civiltà perduta e scomparsa. Napoli, che tanto lustro ha dato alla cultura del Paese, è priva di slanci, di profondità morali e intellettuali. Necessità della mera sopravvivenza. Una città paragonabile ad Atlantide, Atene, Costantinopoli. Civiltà di un passato antico, celebrato dai libri di storia ma incapace di nuova vita spirituale e morale. Il distacco tra la cultura popolare e la classe dirigente di sinistra è ormai incolmabile. Troppo lontane le esigenze, il modo di concepire i servizi da erogare, la metodologia democratica, i doveri civici da assolvere.

Si procede a vista, stancamente, cercando di rimediare a quello che ormai non si può più rimediare, nonostante l'esercito, gli appelli autorevoli e la straordinarietà della situazione: la morte civile di un popolo. Un popolo mortificato, senza illusioni e speranze da trasmettere ai propri figli, che anzi nutrirà di rancore per l'intolleranza degli altri. Un genocidio morale perpetrato da una sinistra che, a Napoli come nel Paese, ha mostrato il suo vero volto. Inefficienza, arroganza, intolleranza ad ogni critica: l'esatto contrario di un auspicabile dialogo tra parti opposte in un momento così delicato. La sinistra mira solo alla conservazione delle proprie casematte del potere. L'idea, anzitutto. Poco importa se un popolo muore di libertà, assetato di giustizia. Le urne potrebbero cambiare le cose? Certo, ma il popolo napoletano avrà ancora la volontà di volerle cambiare? Se non dovesse farcela, resterebbe davvero senza amici e senza alibi.

! Armando Pannone
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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