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6 marzo 2008
 
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Chiarezza sui «fondi sovrani»

di Giovanni Vagnone, Francesco Galietti - 22 gennaio 2008

Di recente il tema «sovereign wealth funds» (i "fondi sovrani") è stato trattato trasversalmente - o toccato e ridefinito - da quasi tutti i mezzi di informazione economica e politica. Il nodo di questi veicoli è tuttavia sempre stato abbozzato e mai colto nell'essenza della sua questione, per lo meno in Europa. Da Kevin Hassett dell'American Enterprise Institute for Public Policy Research o da Azar Gat (University of Tel Aviv), autore di un interessante saggio su Foreign Policy, arrivano precisazioni importanti e doverose. In estrema sintesi, i «fondi sovrani» sono ingenti quantitativi di denaro, provenienti e gestiti direttamente da Stati sovrani (il più delle volte non democratici, anche se esistono un fondo Norvegese ed un fondo dell'Alaska piuttosto interessanti), che si inseriscono nei mercati acquisendo quote societarie. Ebbene, il più delle volte, i giornali fermano qui la loro analisi. Rilevando solamente che la maggior parte di questi fondi provengono dal Medio Oriente o dalla Cina, e notando come - in entrambi i casi - si tratti di «fondi sovrani» provenienti da Stati autoritari.

La situazione in realtà è più complessa: Sarkozy e la Merkel se ne sono resi conto e stanno correndo ai ripari, Brown si sente al sicuro e propone Londra come sede europea di China Investment Corporation. L'ammontare dei fondi degli Stati-nazione è iperbolico ed in continua, rapidissima crescita: a oggi 3.000 miliardi di dollari stimati, più del doppio rispetto a tutti gli hedge fund messi insieme, se ne prevedono almeno 10.000 entro il 2012. La Cina, legittimata dall'ingresso nel WTO alla penetrazione dei mercati globali, ha enormi liquidità grazie al sistema di cambi che mantiene artificialmente bassi. Forte di questa rendita, da un lato sta sublimando la sua posizione di creditore rispetto agli Stati Uniti, dall'altro sta invadendo finanziariamente l'Occidente, con un modello di imperialismo finora sconosciuto.

Doveroso, a questo punto distinguere tra (a) investitori produttori di petrolio e (b) la Cina.I primi sono conosciuti ormai da decenni ed hanno una motivazione di base piuttosto facile da capire: diversificare le fonti di reddito nazionali. Se il petrolio -fonte naturale esauribile - finisce, la loro economia deve avere altri introiti, e questi si concretizzano di solito nelle rendite di qualche investimento. Elemento non trascurabile, gli investimenti avvengono spesso e volentieri con la rinuncia al voto in assemblea in cambio di maggiori dividendi.

Altrettanto non avviene per i fondi cinesi, che investono in settori specifici (infrastrutture, produzione energetica, assicurazioni e banche), e per ora non hanno nessuna intenzione di abbandonare il diritto di voto. Oggi c'è una crisi di liquidità, una crisi del credito, ma questa sete di cassa prima o poi finirà e allora i nostri mercati si potranno pentire di come se la sono tolta. Ora come ora, un requisito di accesso al mercato per tutti gli investitori è il monitoraggio sull'origine del denaro che investono: che monitoraggio si può effettuare sull'origine dei mastodontici capitali cinesi? Come possono essere ritenuti puliti e liberi da tangenti, riciclaggio, corruzione - tutti aspetti che in apparati pubblici possono facilmente far capolino - i «fondi sovrani» di Pechino?

Nel nostro ordinamento finanziario, poi, valgono alcune distinzioni radicali; come quella tra autorità di vigilanza regolamentare (arbitro) e investitore (giocatore). Ecco che gli investitori sovrani portano ad un paradosso: arbitri di se stessi incarnano il trionfo del «dumping» (concorrenza asimmetrica), vietato in Europa, ma tollerato visto che viene da fuori. E le autorità di vigilanza che informazioni possono avere sul conto degli investitori (e lo stesso discorso vale per condurre indagini e comminare sanzioni), se questi sono per esempio... la Cina? Inoltre, altra questione e altro pilastro dei nostri mercati finanziari che viene abbattuto, è la minimizzazione delle asimmetrie informative. I «fondi sovrani» sono investitori che dispongono dell'intelligence di uno Stato, sia per quanto riguarda coprire informazioni che ottenerle.

Infine, l'aspetto più preoccupante, è l'ultima anomalia. Un investitore privato persegue il profitto, e si comporta su questa base. Un apparato pubblico no. Nessuno garantisce che il profitto sia la sua priorità, soprattutto in un caso come quello cinese - al contrario di quanto avviene per gli «innocui» fondi arabi - in cui lo Stato attore pare tutt'altro che bisognoso di dividendi dall'estero. In pochi anni, l'influenza della Cina nei mercati finanziari potrebbe essere tanto alta da condizionare la geopolitica di Europa e Stati Uniti, per rimanere a scenari nemmeno troppo pessimistici. E la linea per cui i «fondi sovrani» sarebbero investitori come altri, già in parte adottata dalle istituzioni comunitarie, sarebbe una terribile mancanza di visione a medio termine da parte nostra.

E' dunque necessario, in prima battuta, che il mondo politico europeo si mobiliti e pianifichi una sterilizzazione dei «fondi sovrani» che non nascono già sterili: quindi quelli cinesi, che cercano di avere diritti di voto e che furbescamente lamentano «discriminazioni nei confronti degli investitori del terzo mondo»( come riporta il Financial Times dello scorso 8 gennaio). Almeno produrranno ricchezza ma non saranno enormi cavalli di Troia sparsi nelle maggiori istituzioni economiche occidentali.

Giovanni Vagnone, Francesco Galietti

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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