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«Italian way of war», per una guerra politicamente correttadi Anna Bono - 24 gennaio 2008 Che cosa succede a un Paese attaccato da un nemico se quel Paese ha abolito la guerra sia come parola che come concetto? Se non solo è incapace di sopportare delle perdite in battaglia, ma non ammette neanche di infliggerne ai nemici e apre un'inchiesta giudiziaria ogni volta che i suoi soldati uccidono durante uno scontro a fuoco? E, infine, se una parte dei suoi abitanti non si rende conto di essere sotto attacco oppure, influenzata da una propaganda demoralizzante, simpatizza per il nemico e lo ammira, approvandone la causa, e ne auspica addirittura la vittoria? L'Italia lo sta sperimentando dall'11 settembre 2001, da quando, cioè, coinvolta nella guerra dichiarata all'Occidente dal jihad islamico guidato da al-Qaeda, si è impegnata, insieme alle altre nazioni minacciate, in una controffensiva i cui primi bersagli sono stati l'Afghanistan dei talebani e l'Iraq di Saddam Hussein. La conseguenza più evidente - ce lo spiega Gianandrea Gaiani, giornalista esperto di scenari bellici e strategie militari, nel libro Iraq-Afghanistan. Guerre di pace italiane, appena pubblicato dalla casa editrice Studio LT2 - è il «curioso paradosso linguistico nel quale il concetto di "guerra" viene espresso utilizzando diverse forme lessicali che includono tutte la parola "pace", cioè il suo contrario». Di questo paradosso sono responsabili le istituzioni politiche e i vertici militari, per i quali i nostri sono «soldati di pace» che svolgono «operazioni di pace», o in alternativa «missioni umanitarie», e che, per dimostrarlo, ricorrono a una accurata selezione di informazioni e immagini volta a presentarli sempre e solo intenti a benefiche attività di assistenza e soccorso. Ma così non è. Migliaia di militari italiani, armati e addestrati alla guerra, in realtà hanno combattuto e continuano a combattere. Il paradosso, ben più assurdo di quello linguistico, è che lo fanno sapendo di non godere del sostegno unanime dei loro connazionali, molti dei quali sono inconsapevoli del pericolo che incombe oppure contrari a ogni forma di difesa che implichi l'uso delle armi. Dal 2006, inoltre, sanno di dover fare i conti con un governo costituitosi grazie alle forze politiche di estrema sinistra, espressione della componente anti-occidentale, no global e pacifista della popolazione italiana. Se già il precedente esecutivo di centrodestra ne aveva subito l'influenza, tuttavia, allora, dove si collocasse l'Italia era fuori discussione. Con il governo Prodi, invece, l'alleanza dell'Italia con la coalizione dei Paesi occidentali si è fatta meno convinta: la politica estera e di sicurezza del nostro Paese - scrive Gianandrea Gaiani, portando a dimostrazione le preoccupanti posizioni assunte dal ministero degli Affari Esteri - sembra anzi situarla «progressivamente ai margini dell'Occidente, spesso a un passo dal saltare il fosso, dall'approdare sulla sponda opposta, quella del nemico». Ne consegue una persistente ambiguità nella conduzione delle operazioni militari, soprattutto in Iraq e in Afghanistan, dove neppure l'identità degli avversari viene chiaramente indicata nei comunicati stampa e a termini come «nemici» o «talebani» si preferiscono espressioni quali «uomini armati», «elementi ostili», «forze non identificate»; e dove i caveat nazionali hanno limitato l'impiego della forza da parte dei nostri soldati al punto da volerlo proporzionale ai mezzi di cui dispone il nemico e all'offesa subita, quasi che in battaglia dovessero valere le stesse regole di equità adottate nelle competizioni sportive e l'obiettivo non dovesse essere la vittoria, da perseguire proprio approfittando - se possibile - della superiorità sul nemico e usando tutte le armi a disposizione per annientarlo e vincere. Questa è la situazione in cui l'Italia sta affrontando un conflitto difficile, insidioso e sicuramente destinato a durare a lungo. Con la consueta precisione Gianandrea Gaiani ne descrive e analizza gli aspetti più strettamente militari, evidenziando appunto le conseguenze sul piano tattico della negazione, da parte delle istituzioni politiche, del carattere conflittuale delle operazioni condotte dalle nostre truppe, della loro reticenza a dotarle di armi pesanti e poi dell'esitazione a consentirne l'uso, una volta che ne dispongano: un comportamento del tutto anomalo nella storia militare, che espone i combattenti a rischi maggiori e non tutela gli interessi nazionali la cui difesa è compito ed essenziale ragion d'essere delle istituzioni statali.
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Ragionpolitica, periodico on line n.248 del 22/1/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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