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La paura del voto

di Gianteo Bordero - 29 gennaio 2008

E' davvero curioso vedere in questi giorni i corifei della democrazia tutti intenti a definire le elezioni anticipate una «sciagura» e chi le chiede un «irresponsabile». Eppure appartiene alla normale dinamica democratica il ricorso alle urne nel momento in cui non esiste più la concreta possibilità di dare vita ad una maggioranza parlamentare che sostenga un governo degno di tal nome. Che c'è di strano, dunque, nel ridare la parola al popolo sovrano? Domanda retorica, se non fossimo in Italia e se non vi fosse, nel nostro Paese, una sinistra sempre pronta a riempirsi la bocca di bei proclami «democratici», ad impartire lezioni di «rispetto della Costituzione», a stracciarsi le vesti in nome degli «equilibri istituzionali» - salvo poi gettare alle ortiche i sacri principii nel momento in cui il loro rispetto risulta scomodo, sconveniente o controproducente.

Quanta ipocrisia vi sia nella richiesta dei partiti della sinistra di spostare il più possibile in avanti il ritorno alle urne è testimoniato dal fatto che tale richiesta non è accompagnata da una seria presa d'atto del proprio fallimento, della propria profonda crisi politica, dei propri reiterati errori. Come se niente fosse, si continua a rappresentare il fu governo Prodi come il migliore dei mondi possibili, si continua a dipingerne l'azione come il supremo rimedio agli italici mali, si continua a parlarne, insomma, in termini tronfi e trionfalistici. Ma se le cose stessero così, se davvero l'esecutivo prodiano fosse stato quello che si tenta di rappresentare verbalmente, perché tanta paura delle elezioni? Perché il timore di sentire l'opinione dei cittadini? Perché il rifiuto di lasciarli esprimere a breve?

La verità è che, come sempre, la sinistra italiana (lo osservava anche Luca Ricolfi su La Stampa di domenica) non riesce a fare fino in fondo i conti con se stessa, non riesce a liberarsi da quella patina di saccente superiorità intellettuale e morale con cui guarda la realtà italiana, non riesce a comprendere, tirandone le conseguenze, le ragioni delle sue sconfitte. Nel caso attuale, non riesce ad ammettere quanto improvvido sia stato imporre ad un Paese spaccato in due un governo Prodi pensato solo per cancellare in toto l'operato dell'esecutivo di centrodestra e supportato da una maggioranza tenuta insieme unicamente dall'antiberlusconismo di maniera; quanto avventato fare man bassa di tutte le cariche istituzionali senza tenere conto del risultato delle urne; quanto arrogante rifiutare l'offerta di un governo di larghe intese avanzata dopo le elezioni dal leader della Casa delle Libertà. Sono questi errori (che hanno portato, assieme alla devastante opera di governo di Romano Prodi, alla crisi attuale) che i partiti dell'Unione continuano a non vedere, ad ignorare, a mascherare con pervicacia dietro la volontà di non andare a nuove elezioni, tacciando di «intelligenza col nemico» quei pochi che, nel centrosinistra, hanno il coraggio e l'onestà intellettuale di mostrare che il «re è nudo», che «gl'è tutto da rifare», che la riproposizione di una esperienza come quella dei passati due anni finirebbe col peggiorare una situazione già sull'orlo del collasso.

Egoisticamente, ci sarebbe da fregarsi le mani di fronte ad una sinistra così debole, ostinatamente cieca e malridotta al punto da presentare l'espressione della volontà popolare come una iattura, se non fosse che in ballo c'è la tenuta complessiva del nostro sistema istituzionale, il quale, per bene funzionare, ha bisogno di due schieramenti forti e coesi al proprio interno, capaci di proporre al Paese programmi di governo chiari e mirati, consapevoli della necessità di una legittimazione reciproca che consenta di affrontare un dialogo costruttivo sui temi di rilevanza costituzionale ed istituzionale.

Ma la via maestra per raggiungere questo obiettivo, nelle condizioni attuali, non può essere la formazione di un governo che nasca dalle ceneri di una legislatura nata male e finita peggio, con partiti incapaci di produrre maggioranze altre da quella implosa al Senato lo scorso giovedì: ciò, invece che semplificare la situazione, la renderebbe ancor più caotica e incomprensibile agli occhi dei cittadini; sarebbe una pecetta incapace di nascondere la consunzione del quadro politico emerso dalle elezioni dell'aprile 2006. L'unica strada veramente percorribile - anche per la sinistra, checché ne dicano i suoi rappresentanti - è quella di un voto popolare che definisca una maggioranza chiara e consenta la formazione di un governo che governi per (il Paese) e non contro (gli sconfitti), aperto al contributo dell'opposizione sulle grandi questioni di riforma di sistema, oggi non più procrastinabili. Solo allora, nel caso la nuova maggioranza si rivelasse incapace di rispondere al mandato assegnatole dagli elettori, si potrebbe pensare a una responsabilità di governo comune, oggi resa impossibile non da Berlusconi, ma da una sinistra troppo frammentata e anodina per essere politicamente affidabile.

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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