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Torna in gioco il fattore umanodi Francesco Natale - 29 gennaio 2008 Il 24 gennaio 2008 e le giornate ad esso immediatamente successive hanno già cambiato volto a questo Paese. Chi scrive è rimasto colpito da alcuni curiosi fenomeni davvero inaspettati e, quindi, sorprendenti. Innanzitutto la tensione, l'aria di attesa e di aspettativa, che si respirava palpabile dal 20 gennaio in avanti: tutti, salvo la solita «Casta» di cui parleremo tra poco, volevano che questo orripilante governo cadesse, nessuno si aspettava o credeva possibile che durasse così poco (sempre troppo, d'accordo...). E questo non (o non più) per ragioni inerenti all'intrinseca faziosità che in Italia, dai tempi di Madre Eva in poi, anima l'agone politico: al di là delle maldestre ed inefficaci operazioni di cosmesi poste in essere dall'esercito di estetisti capeggiati da Padoa-Schioppa, Visco, Bassolino, Pecoraro Scanio e via dicendo, lo sfascio del sistema era ed è ancora chiaro a tutti. Qua non conta più la tessera di appartenenza, la pregressa, magari pluridecennale militanza politica: «Giù i tiranni!», questa è stata la parola d'ordine. Poi, si vedrà. La gioia che tutta Italia ha dimostrato per la caduta di Prodi è stata indubbiamente sentita, eppure discreta e civile. Le città non sono diventate preda di hoolingans berlusconiani ed ex prodiani convertiti, poche le bottiglie di champagne stappate (forse anche perché dopo le «civilissime e bellissime tasse» di Tps e Visco manco una spuma ci si può permettere), nessuna macchina bruciata, nessuna sede di partito messa a soqquadro. Anche questo dimostra il livello di annichilimento, di esasperazione, di spoliazione materiale e spirituale che questo esecutivo ha perpetrato ai danni degli italiani. E' segno che la Giornata di Liberazione deve essere assimilata, ponderata, valutata negli esiti ultimi, in tutte le possibili (e auspicabilmente positive) conseguenze. Perché tale è la giustificata voglia di «reddere ationem» che persino gli italiani, tradizionalmente «ultras» su tutto, stavolta non si accontenteranno di prenderla in ridere, della canonica e triviale raffica di sberleffi: vogliono punire esemplarmente una classe politica che non solo si è dimostrata imbelle e sprecona oltre ogni limite, ma ha avuto anche il duplice demerito di avere demolito il sistema-Italia da un lato e la sinistra post-moderna dall'altro, lasciando sradicati e apolidi milioni di elettori, oggi giustamente inferociti. La punizione sarà una e una sola: il voto. Un voto il cui esito oggi è facilmente prevedibile. Un voto che sarà punitivo, una volta tanto, non per vendetta, ma per una questione, incredibile a dirsi nel nostro Belpaese disastrato e disossato da tanti giustizialismi, di giustizia sostanziale. Questo è un elemento indispensabile che noi di centrodestra dobbiamo fare nostro e portare alle estreme conseguenze: il popolo ritorna protagonista come fulcro della politica, contrapposto alle strutture, unico elemento che ha (disastrosamente) fondato l'azione politica prodiana. Sarà proprio da questa prima diversità di approccio che, già in campagna elettorale, si potrà dare quel segnale di svolta forte, ideale e spirituale oltre che, ovviamente, materiale, che il popolo oggi chiede, infischiandosene e detestando più che mai strutture e strutturalismi. Se adeguatamente recepito, questo elemento contribuirà inoltre a vincere la battaglia contro il qualunquismo: oggi il popolo, anche quella parte di esso più fatalista e disillusa, comincia a rendersi conto che in Italia una differenza profonda tra destra e sinistra c'è. Questo è il momento buono per rafforzare questa giusta convinzione, per non deludere nuovamente gli italiani con giochetti alchemici, bipensieri orwellianamente intesi, difese di Costituzioni e altri feticci tipo «evitare strappi istituzionali». Questa è situazione in cui eccessi di prudenza forse legittimi in passato (e dico forse) non sarebbero più né compresi né perdonati dai cittadini italiani. Anche perché - se permettete - la bontà di un idea si giudica anche dalla statura, dalla dirittura morale, dall'ambiguità o meno di quanti la osteggiano. Guarda un po' chi non vuole elezioni immediate in questo disastrato, meraviglioso Paese? Ma la Casta cui poc'anzi accennavamo: Montezemolo, tutta Rcs con l'alfiere di punta, ovvero il «Corrierino» terzista più che mai, il gotha dei nostri politologi, i soliti casuali che vogliono sentirsi intelligenti e si ostinano a dire che «ci vuole un governo istituzionale, non un governo tecnico» (!) o credono in buona fede che Lamberto Dini si chiami Dino Lamberti (!). Capito chi sono i bei tomi che vogliono regalarci un anno di governicchio? Ah. Dimenticavo il Pd. Ovvio, anche da quelle parti vogliono il governicchio. Ma per loro è, obbiettivamente, questione di sopravvivenza: sperano che temporeggiando un anno il nostro consenso si logori e il loro aumenti. Preso atto che comprendiamo - pur non condividendola - l'attitudine di Walter Veltroni al riguardo, ribadiamo che noi prediligiamo a strutture e strutturalismi il fattore umano, finalmente risorto alla politica il 24 gennaio 2008. Il che è bello ed istruttivo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.249 del 29/1/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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