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Una perdita di tempo

di Gianteo Bordero - 31 gennaio 2008

Giorgio Napolitano si è trovato, sin dal momento della sua elezione, nella difficile posizione di chi è chiamato a ricoprire la più alta carica dello Stato, rappresentativa di tutto il Paese, non attraverso un consenso largo delle forze politiche, ma dopo un voto a sola maggioranza assoluta, espressione di uno soltanto dei due schieramenti in campo. Consapevole di ciò, l'ex migliorista del Pci ha gestito i suoi primi venti mesi di mandato in maniera equilibrata, cercando di fugare da sé l'impressione di agire secondo gli interessi della parte che lo aveva eletto e facendosi garante dell'intero arco parlamentare. Così, quando è intervenuto «politicamente» - e non da semplice «notaio» - nel dibattito, lo ha fatto sempre richiamando ciascuno - governo e maggioranza compresi - alle sue responsabilità. Con ciò si è conquistato la stima di tutti i maggiori protagonisti della scena politica, che hanno trovato in lui un custode rispettoso delle regole e un interlocutore attento e affidabile.

Ma è la gestione della crisi del governo Prodi - di cui già nel febbraio scorso, con la bocciatura al Senato delle linee guida di politica estera proposte dal ministro D'Alema, si erano manifestati i primi, inequivocabili segnali - a rappresentare per Napolitano la vera prova del fuoco, che inciderà sul giudizio complessivo sulla sua presidenza. Se undici mesi fa il capo dello Stato aveva risolto la questione rinviando alle Camere l'esecutivo per verificare se godesse ancora del sostegno della maggioranza, oggi questa possibilità gli è stata preclusa in partenza dalla scelta di Romano Prodi di «parlamentarizzare» la crisi, andando incontro al voto di sfiducia a Palazzo Madama. L'implosione della maggioranza uscita dalle urne il 10 aprile del 2006 ha di fatto ridotto al minimo i margini di manovra di Napolitano. Nonostante ciò, il presidente della Repubblica non ha deciso - come consigliabile in un regime bipolare e come suggerito da insigni costituzionalisti - di decretare subito la fine della legislatura e di indire nuove elezioni, mantenendo in carica il governo Prodi per la ordinaria amministrazione, ma ha affidato al presidente del Senato Franco Marini un mandato esplorativo per la formazione di un nuovo esecutivo con il compito primario di procedere alla riforma della legge elettorale, sulla quale lo stesso Napolitano si era espresso in termini negativi già molte volte nel corso di questi venti mesi.

La scelta del capo dello Stato non ci convince, per due ordini di motivi. Il primo riguarda il fatto che di riforma della legge elettorale si è parlato molto nell'ultimo anno e mezzo, e con maggiore intensità dopo l'elezione di Veltroni a segretario del Partito Democratico, ma senza arrivare a nulla. E ciò soprattutto a causa delle divisioni presenti all'interno dello schieramento di centrosinistra, dove gli interessi del maggiore partito per una legge che premi i soggetti più forti confligge nettamente con la volontà dei partiti minori, i cosiddetti «nanetti», di continuare ad esistere, costi quel che costi. Stando così le cose, come è pensabile di riuscire a fare oggi, con l'ex maggioranza in frantumi e con l'opposizione che giustamente chiede elezioni in tempi brevi e sbarra le porte di fronte all'ipotesi di nuovi governi, ciò che non si è riuscito a fare in venti mesi? Il rischio, come ha sottolineato Silvio Berlusconi, è che si perda tempo, privando l'Italia di un governo forte e legittimato dal voto popolare.

Il secondo ordine di motivi riguarda il compito stesso del presidente della Repubblica, il quale, se certamente ha tra le sue prerogative quella di farsi sentire politicamente e di dire la sua sulle leggi che regolano la vita delle istituzioni (come nel caso della legge elettorale), non dovrebbe però mai confondere le sue convinzioni personali con l'adempimento del suo ruolo, che non prevede la titolarità dell'indirizzo politico: stante la Costituzione del '48, siamo ancora in una Repubblica parlamentare, e non presidenziale. L'impressione, nell'attuale frangente, è che invece Napolitano cerchi di forzare la realtà delle cose per imporre una sua particolare opinione politica - ciò che non si confà al dettato costituzionale.

Vedremo ora se Franco Marini riuscirà a raccogliere in parlamento una maggioranza che gli consenta di dare vita ad un nuovo governo. Quello che è certo è che il presidente della Repubblica, in questo caso, non ha scelto la strada più lineare e neppure ha tenuto conto del fatto che la maggioranza delle forze politiche chiedesse elezioni subito. Una decisione del genere non giova di certo al Paese, che non ha come necessità prioritaria - checché ne dica il neo-incaricato Marini assecondando il nuovo mantra del politicamente corretto - quella di una nuova legge elettorale, ma quella di avere un governo che governi e affronti a testa alta, forte del voto popolare, le emergenze che stanno mettendo a rischio la tenuta del sistema-Italia.

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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