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Gaetano Quagliariello Gaetano Salveminirecensione di Leonardo Tirabassi - 6 febbraio 2008 Al centro di questo saggio di Quagliariello, uno dei pochi professori veramente politici di cui dispone il centrodestra, si ritrova, trasformata nelle sembianze e con l'aggiunta di contenuti - e quindi di sfide - l'antica questione del rapporto tra tradizione, modernità e identità nazionale, corni di un problema che, per la prima volta nella nostra storia, oggi dovrebbe essere possibile tenere assieme senza drammatici scontri e lacerazioni. D'altra parte, lo snodo tra modernizzazione e difesa del proprio patrimonio antropologico, sociale e culturale è il tema costante che le nostre élites hanno dovuto affrontare a partire dall'Unità d'Italia e dal Risorgimento. Questo filo rosso è anche il leit motiv dell'opera di Gaetano Salvemini attraverso più di cinquant'anni di riflessioni, dall'Italia liberale alla nascita della Repubblica. Personaggio complesso, difficile e anche contraddittorio, ma con una indubbia originalità e con due grandi meriti, come giustamente mette in risalto nel suo libro il senatore Quagliariello: la sua adesione senza tentennamenti agli ideali democratico-liberali contro ogni totalitarismo e la natura non ideologica, anzi pragmatica, del suo pensiero - fatti i conti con la sua giovanile adesione al socialismo. Questa duplice natura gli permise sempre di scegliere, nei momenti politici cruciali, a differenza di tanti altri intellettuali e politici, la parte giusta, magari tappandosi il naso come nel caso delle elezioni del '48 e della cosiddetta «legge truffa», per cui si dichiarò a favore. Ma delle lacerazioni della storia italiana Salvemini portava dolorosamente il marchio: una distanza delle élites liberali dalle sensibilità popolari che in alcuni momenti finiva per diventare non solo separazione, ma addirittura opposizione ostile e, a volte, sprezzante. Sul piano del giudizio politico il risultato spesso era una incomprensione dei fenomeni di massa nazionali: dai comportamenti della Chiesa cattolica, alla Dc, ai motivi dello stesso Concordato e perfino si traduceva in una difficoltà di lettura del fascismo, visto per lo più (si legga la critica di Max Ascoli) come fatto relativo al codice penale - colpo di Stato degli stati maggiori - e attribuibile al carattere nazionale, non considerato invece nella sua originalità di regime di massa (nazionalizzazione delle masse, avvento del socialismo di Stato, ecc...). Per anni Salvemini offrì una lettura del fascismo parziale ed emotiva. Spesso, cioè, all'analisi dei fatti si sostituiva il giudizio etico, con il risultato di non fondare la valutazione politica su categorie più solide. Anche nella polemica del ‘26 sulla natura del nuovo regime, che lo contrappose a George Barnard Shaw, il politico italiano non riuscì a trovare nessun elemento strutturale nell'avvento di Mussolini; eppure il commediografo inglese, nel suo insopportabile massimalismo giustificatorio, aveva messo in evidenza un punto centrale, lo snodo tra capitalismo, crisi del liberalismo e crescente intervento dello Stato nell'economia, finendo per considerare il fascismo come l'unica rivoluzione socialista possibile per l'Italia. Mai Salvemini arrivò alla comprensione profonda del regime offerta dallo storico e filosofo francese Elie Halévy, con cui ebbe un intenso carteggio, che approdò alla elaborazione della categoria di totalitarismo «nella convinzione che l'edificazione di nuovi sistemi imperniati sull'assoluta centralità dello Stato fosse un portato obbligatorio della modernità» (pagina 186). Ma forse oggi, a cinquant'anni dalla morte di Salvemini - questa è la conclusione di Quagliariello - è possibile dare, dopo la fine della guerra civile europea anche in Italia, un giudizio più sereno che sappia valutare attentamente il suo contributo al pensiero nazionale, riuscendo ad apprezzare anche i tentativi salveminiani di superare quelle contrapposizioni, come nel caso dello sforzo di fondare una vita civile su di una religiosità cristiana, nonostante un anticlericalismo di stampo positivistico ottocentesco. Valga per i nostri attuali laicisti questo brano tratto dal testamento di Salvemini: «Se ammirare e cercare di seguire gli insegnamenti morali di Gesù Cristo, dei suoi successori, è essere cristiano, intendo morire da cristiano, come cercai di vivere, senza purtroppo esserci riuscito. Ma cessai di essere cattolico quando avevo diciotto anni, e intendo morire fuori dalla Chiesa cattolica, senza equivoci di sorta». Da qui la conseguenza politico-filosofica più importante. Non si dà liberalismo senza fondamento storico nell'esperianza cristiana.
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Ragionpolitica, periodico on line n.250 del 5/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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