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I tentativi di D'Alema per evitare il votodi Filippo Salone - 2 febbraio 2008 La scenetta, emblematica, si è consumata durante la teatrale caduta di Prodi al Senato una settimana fa. Massimo D'Alema, anch'egli precipitatosi a Palazzo Madama per presenziare l'ultima esibizione della maggioranza morente, dapprima, non si se o meno consapevolmente, non era riuscito a trovare uno scranno libero tra quelli spettanti al Governo in quell'occasione affollatissimi e aveva così ripiegato su una postazione intermedia, sovente in piedi, per seguire la discussione e sondare così gli ultimi umori dell'Assemblea. Poi era toccato al preoccupatissimo Padoa Schioppa lasciargli la destra di Prodi in sede di replica del Presidente del Consiglio, raffigurando così, extrema ratio, la forza impotente di un Governo che per l'ultima arringa si rappresentava coeso con il suo premier. Tuttavia non appena udita la solenne declamatoria di Mastella e recepito il decisivo ed irreversibile avviso di sfratto, ecco il nuovo e definitivo spostamento del Ministro degli Esteri che abbandonato Prodi al suo destino compariva in una repentina «traslatio dal Governo al Partito» accomodato questa volta accanto al Capogruppo Anna Finocchiaro, affiancandola nella appassionata dichiarazione di voto immediatamente precedente alla chiama della fiducia. Per chi sa cogliere l'importanza delle ritualità dell'Aula, e a ulteriore conferma della proverbiale arguzia del Massimo nazionale, le grandi manovre che in questi giorni vedono protagonista l'ex presidente dei Ds non devono stupire più di tanto. Secondo indiscrezioni abbastanza verosimili infatti l'inquilino della Farnesina sta giocando pervicacemente una propria personale partita per evitare il ritorno immediato alle urne e consentire, di contro, il formarsi di un esecutivo tecnico che si incarichi della riforma del sistema di voto e che contestualmente consenta di andare oltre gli scenari attuali. Da qui ecco iniziata un'accurata opera di tessitura diplomatica da un lato rivolta al Quirinale, dove siede pur sempre un vecchio compagno di partito, e dall'altra ai vertici dell'opposizione per persuaderli alle lusinghe di un accordo in extremis sulla legge elettorale. Del resto era stato lui stesso ad auspicare nemmeno troppo velatamente questo tipo di sbocco della crisi, consigliando ad un quanto mai ostinato Romano Prodi di salire al Quirinale prima ancora di incassare la sfiducia nell'Aula di Palazzo Madama. Ma anche dopo il «niet» del Professore e la sua rovinosa caduta, il nostro non si è dato per vinto ed ha calendarizzato in pochi giorni una fittissima sequela di appuntamenti e colloqui, perlopiù volti a sostenere un governicchio Marini che scongiuri lo spauracchio dell'immediato ricorso alle urne. Nella chiacchierata col Presidente del Senato, il Ministro degli Esteri ha infatti spiegato che andare al voto con il fardello di un governo Prodi in carica per gli affari correnti, condannerebbe il Pd ed il centrosinistra ad una sonora disfatta elettorale, tale da estromettere la dirigenza del loft di Sant'Anastasia da qualsiasi possibilità di larghe intese all'indomani della probabile vittoria della Cdl. Parallelamente la diplomazia della Farnesina misuravano anche l'atmosfera di Palazzo Grazioli non esitando a mettere sul piatto dell'accordo di responsabilità anche una legge a vocazione maggioritaria in grado di far accarezzare al Cavaliere l'idea di correre da solo alle prossime elezioni. D'altra parte la stessa, speculare, promessa veniva fatta nello stesso tempo a Perferdinando Casini questa volta blandendo il leader centrista sulla base di un modello tedesco interamente proporzionale magari prodromico alla formazione della oramai celeberrima «Cosa Bianca» come intercapedine e ago della bilancia tra i due poli. Dopo un primo spiraglio con tanto di apertura in solitaria di Mario Baccini e Bruno Tabacci e sebbene ai riservati desiderata di D'Alema fosse seguita l'esplicita dichiarazione di convergenza di Luca Cordero di Montezemolo ed altre rappresentanze di categoria, da Via 2 Macelli facevano infine sapere di non essere interessati a dare sangue al Pd, rimanendo così coerenti sulle ragioni delle altre forze della Cdl. Battuto, senza significativi riscontri, il terreno parlamentare così al sagace ex Presidente dei ds non restava che la scesa in campo in presa diretta con il proclama alla «ragionevolezza e alla responsabilità delle riforme» recitato in prima serata sulla tv pubblica. Una declamatoria di lungimiranza e saggezza rivolta direttamente al Paese dagli accoglienti studi del Tg1. Insomma un impegno «Massimo», per evitare di rassegnarsi alle urne e favorire in ogni modo una transizione guidata da parte di un alta figura istituzionale individuata nella persona di Franco Marini. Facile prevedere che a quest'ultimo col conferimento del preincarico da parte del Quirinale, si chieda, anche nel caso, più che probabile, di consultazioni che non scaturissero nell'aggregazione di un ampia maggioranza sulla legge elettorale, il sommo sacrificio di presentarsi alle Camere solamente per destituire definitivamente l'ingombrante Prodi e avocare su di sé la funzione di governo per gli affari correnti e l'indizione dei comizi elettorali. In questo modo, il Pd nella regia sapiente di D'Alema potrebbe guadagnare qualche settimana in più nella speranza di organizzarsi meglio per il voto e soprattutto, sbarazzatosi della figura di Prodi come premier, potrebbe ancora coltivare in campagna elettorale la speranza di ridurre il gap che attualmente lo separa dalla Cdl. Sin qui siamo alle velleità di Massimo perfettamente coincidenti con quelle della segreteria del loft di Sant'Anastasia. Ma i bene informati sostengono che oltre a questo legittimo tentativo di tirare acqua al mulino della sua parte politica, nelle brame e nelle insistenti manovre del titolare della Farnesina ci sia l'esigenza di riconquistare un posizione di forza all'interno del proprio partito e di non lasciare troppo spazio ai progetti «new age» del suo peggior amico Walter Veltroni. Nel propugnare con tutte le sue forze una nuova normativa elettorale infatti D'Alema, oltre che ad ammortizzare la sconfitta elettorale, pare che punti a scongiurare il controllo della liste che mediante le attuali disposizioni avrebbe di diritto il segretario del Pd. Questi blindando le candidature dei suoi fedelissimi avrebbe vita facile nell'affondare il colpo e sbaragliare le resistenze interne alla sua leadership. È di queste ore, non a caso, la sottile ma significativa polemica intercorsa tra D'Alema stesso e il direttore del Foglio Giuliano Ferrara riscopertosi consulente proprio di Veltroni per un modello di partito che superi il correntismo e i notabilati in nome di una centralità ideale e programmatica della figura del leader eletto. Uno sviluppo, sulla scia idealtipica della candidatura di Segolene Royal, che inevitabilmente finirebbe per mettere all'angolo proprio «l'elefante» della Farnesina estromesso in un colpo solo da ogni possibilità di governo e dalla leadership del partito. Ovvio quindi che il nostro nei prossimi giorni perseveri tenacemente nelle sue finalità e continui ad industriarsi in tutti i modi, ivi compreso stupefacenti «mosse segrete» filoreferendarie, per evitare di raggiungere Prodi in prepensionamento. Filippo Salone |
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Ragionpolitica, periodico on line n.249 del 29/1/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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