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Parola d'ordine: ricostruiredi Aurora Franceschelli - 2 febbraio 2008 Se dovessimo fare una diagnosi sullo stato di salute dell'Italia, analizzandola ai raggi x, emergerebbe la realtà di un Paese nel quale esiste una quantità consistente di cellule sane, di singoli cittadini che, sebbene siano stati disillusi da un anno e mezzo di antipolitica dilagante, si affidano alla speranza di poter esercitare, nuovamente, quello che a tutti gli effetti rappresenta un loro diritto sacrosanto, sancito dalla Carta costituzionale: il voto. Ebbene, è proprio attraverso il voto, espressione massima di democrazia e partecipazione, che la stragrande maggioranza degli italiani vuole tornare ad ergersi come depositario ultimo della sovranità. In una situazione critica come quella attuale, dove a dilagare, in ogni aspetto della vita sociale, sono gli stati di emergenza, il dovere istituzionale del capo dello Stato, ineccepibile, non può trascendere la necessità, per il Paese, di avere una leadership capace di esprimere un indirizzo politico. L'Italia ha estremo bisogno di poter contare su una leadership che non sia costituita attorno ai soliti accordi di Palazzo. Il rischio che si corre, nel gestire una crisi come questa entro gli angusti spazi della stanza dei bottoni - una crisi che, «grazie» a Prodi, ha assunto i connotati di una vera e propria crisi dello Stato-, è quello di acuire le enormi distanze che il governo dell'Unione ha creato tra le istituzioni e i cittadini. Ora più che mai affiora, nel Paese, la necessità che la politica esprima trasparenza, che esprima, in sostanza, uno stretto legame tra elettori ed eletti, che si sostanzia nel concetto costituzionale di delega. E' quest'ultimo principio che la sinistra ha completamente disatteso: arrogandosi il diritto di metter in atto uno dei più grossi inganni della storia della Repubblica, il governo Prodi ha istituzionalizzato il principio del potere delle minoranze. Il Professore ha trasformato il principio costituzionale della garanzia dei diritti delle minoranze, insindacabile, in diritto delle sparute minoranze del Paese - sia quelle che sedevano in Parlamento sia quelle che fanno riferimento ai corpi sociali intermedi e alle rappresentanze baronali della Casta - di esercitare un potere che ha sconfinato ben oltre la loro capacità rappresentativa. L'Italia, ora, è stufa dei rituali oscuri del Palazzo: ogni tattica dilatoria, in questo momento, potrebbe rivelarsi estremamente nociva per l'interesse e la salute del Paese; qualsiasi regia surrettizia, pilotata ora da Massimo D'Alema ora da chicchessia, non farebbe altro che alimentare la diffidenza e l'odio nei confronti della Casta. Per questo motivo, in questo momento, il voto potrebbe rappresentare una sorta di catarsi per la politica italiana, incancrenita dal vulnus del governo Prodi, una catarsi che solo una politica che sia espressione delle istanze del popolo, e non unicamente di alcuni corpi ed interessi sociali e finanziari limitati, è in grado di realizzare. Procrastinare la consultazione elettorale significa tenere in piedi un sistema che ha bisogno di riforme, sì, ma che, per portarle a compimento, necessita di un lasso di tempo di cui un governo istituzionale non potrebbe disporre. Necessità altresì di una maggioranza chiara che sia espressione della volontà popolare, non di un governicchio messo in piedi attraverso i soliti trucchi da Prima Repubblica. Come mai la sinistra rivendica, ora che è caduta, la necessità di una riforma costituzionale che presenta le stesse caratteristiche di quella varata dal centrodestra quando era al governo? Coloro che allora vollero affossare la riforma con il referendum sono gli stessi che ora la giudicano indispensabile: questo è sintomatico di come, a sinistra, il puro calcolo politico sia la leva sulla quale puntare per tentare di approdare al potere. L'incarico esplorativo affidato a Marini rappresenta l'extrema ratio nel tentativo di procrastinare una consultazione elettorale dalla quale la sinistra rischia di uscire a pezzi: lo stesso presidente del Senato, rendendosi conto di come gli spazi di manovra per la revisione della legge elettorale siano estremamente angusti, ha sottolineato come la legislatura sia «politicamente finita». La palla, con molta probabilità, passerà finalmente agli elettori. Allora, e solo allora, si aprirà una nuova fase, una fase nella quale le forze politiche che usciranno dalle urne avranno un'immensa responsabilità: ricostruire il Paese, ripartire dalle fondamenta di un sistema incancrenito per rivederne taluni farraginosi meccanismi. La parola d'ordine sarà ripartire: ripartire dalla valorizzazione del merito, in ogni settore della vita sociale; dalla famiglia, come cellula fondamentale della società; dalle imprese, il cui sviluppo dovrà essere assecondato da una politica non punitiva; dai giovani, sui quali si costruirà il futuro del Paese; dalla politica, quella vera, che dovrà colmare il vuoto ereditato dall'antipolitica della scorsa legislatura. Ed infine, dal popolo, sul quale si regge uno Stato veramente democratico e rappresentativo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.249 del 29/1/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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