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6 marzo 2008
 
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Se questa è politologia...

di Raffaele Iannuzzi - 2 febbraio 2008

Sartori è considerato il politologo italiano più illustre. E così sia. Ma, titoli a parte, quando ragiona di politica italiana è così fazioso da far dimenticare la sua aura di «scienziato». Non c'è infatti nessuna scienza - e neppure un briciolo di coscienza - nel suo articolo, pubblicato come al solito sul Corriere della Sera, in cui nega con una nettezza che dà adito a più di un sospetto che le elezioni subito siano una cosa buona per il Paese. Quale sarebbe la ragione fondamentale per la quale non si dovrebbe andare a votare, secondo il pensiero dell'illustrissimo cattedratico? Una soltanto: perché così vincerebbe alla grande Berlusconi. In sostanza, Berlusconi è l'unico male del Paese, ancora una volta, mentre lo sfascio della sinistra e il devastante governo che abbiamo dovuto subire per quasi due anni sono bagattelle, ovviamente. Non solo: Sartori inventa anche il «berluscoprodismo» solo per salvare Veltroni, il quale, naturalmente, ha a cuore il bene del Paese e vive, beato lui, da mane a sera per l'interesse nazionale.

A parte l'evidente tasso di comocità di questa valutazione su Veltroni, dati i suoi numeri come sindaco di Roma, quel che lascia attoniti è la totale assenza di veri argomenti analitici, quelli che ci attenderemmo da uno scienziato della politica. Qui esiste meramente la scienza dell'ammuina, in cui tutti sono pezzi di un sistema para-mafioso, con non molta originalità denominato «casta», di cui Berlusconi è il capo dei capi. Ma l'illustre politologo va oltre e addirittura inventa mondi paralleli, come la possibilità tecnica di fare una decente legge elettorale, previa adesione di Berlusconi. Sciocchezze. Le leggi elettorali, come tutte le leggi, devono seguire un iter istituzionale ben preciso, dunque passare al Senato e alla Camera, con tutti i problemi che ciò comporterebbe, quindi arrivare alla seconda lettura alle Camere. Risultato: dieci mesi di stillicidio in una fase di crisi sistemica, oggi riconosciuta anche dalla sinistra, e l'impossibilità di essere governati da un governo eletto dal popolo.

Il fatto che quest'ultimo dato non venga considerato dirimente francamente inquieta non poco. In una democrazia parlamentare gli elettori scelgono i rappresentanti da mandare al parlamento, al governo ci andrà chi ha preso più voti e con la maggioranza politica scelta per affrontare il delicato compito di guidare il Paese. Dunque, all'inizio c'è il popolo e alla fine, cioè oggi, non può che continuare ad esserci il popolo. L'alternativa a questa semplice e fondamentale dimensione della politica è la tecnocrazia o il governo istituzionale, realtà mai richiamate dalla Costituzione e, di fatto, distanti anni luce dalla politica. Non esistono i governi a tempo determinato, ad obiettivo, per così dire - facciamo la legge elettorale, dopodiché niente più governo e si va alle elezioni. Da nessuna parte del mondo simili alchimie vengono prese in considerazione, soltanto in Italia, ed è questa la caratteristica che rende il nostro Paese assai poco «normale». D'Alema ha proposto, lui dice alla luce del sole, ma poco importa, di dare luogo al referendum e quindi andare alle urne. Un'altra mossa disperata che non risolve niente e complica tutto.

Che dire di questa pseudo-élite intellettuale del Corriere della Sera, dei Sartori, da un lato, e dei D'Alema, dall'altro? Situati tra la faziosità immarcescibile e la disperazione emergente, sono lo specchio di un Paese assolutamente anomalo. D'Alema fece tutti gli anni Novanta all'insegna del Paese normale, poi l'ha «normalizzato» con un governo tecnocratico e contro il popolo, oggi scarta dalla realtà della fine della sinistra con escamotages penosi. Si comprende il perché. Veltroni esiste e il Pd non può che scommettere su di lui. Qui nasce il rompicapo sulle elezioni anticipate, il che non permette a D'Alema e Veltroni, per ragioni opposte e speculari, di afferrare un nodo fondamentale: lo scioglimento delle Camere sarebbe, per il sindaco di Roma, come sbancare l'Enalotto. Perché, se perde, com'è prevedibile, ha perso di fatto Prodi e lui si cava d'impaccio; se, invece, lascia che l'acqua stagnante imputridisca, facendo melina per non andare al voto, una volta persa la competizione elettorale, ha di fatto perso lui. E il suo progetto politico si indebolirebbe inevitabilmente. Non solo. Se va subito alle elezioni, e perde, ha perso Prodi e con l'ex premier anche la corrente dei prodiani nel Pd, che sarebbe ricacciata in un angolo. Ma tutto questo, che è puro buon senso e osservazione dei fatti, l'illustre professor Sartori non lo vede. Meglio sparare addosso al nemico, anche a rischio di farsi nuovi nemici fra i vecchi amici.

! Raffaele Iannuzzi
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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