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Con McCain vincono i moderatidi Cristoforo Zervos - 2 febbraio 2008 La vittoria di John McCain alle primarie in Florida è stata impressionante. Ben 5 punti percentuali su Romney (oltre 100.000 mila voti) hanno fatto fare bottino pieno (57 delegati) al senatore dell'Arizona. Molti analisti americani avevano dichiarato che il senatore avrebbe fatto fatica in un poll limitato esclusivamente al voto repubblicano, dato che fino ad oggi aveva vinto nel New Hampshire e nella Carolina del Sud anche attraverso l'assistenza del crossover fra democratici ed indipendenti. Ora questi dubbi sono solo un ricordo. Che cosa significa tutto questo in vista della tappa del «super tuesday»? Il 5 febbraio McCain entrerà in gara con più delegati, forte del grande slancio e credibilità acquisiti con la vittoria nel Sunshine State, diventando il favorito per la nomination di settembre per il Grand Old Party. Se la vedrà in un corpo a corpo con Mitt Romney, ormai diventato il contender per la nomination. Il mormone dalla sua ha una migliore organizzazione nazionale e più risorse da spalmare simultaneamente in 21 Stati. La verità però è ormai sotto gli occhi di tutti: se l'ex governatore del Massachusetts non avesse così forti risorse economiche, non sarebbe ancora in corsa per la presidenza. Per Romney adesso è dura. La sconfitta in Florida sta spostando verso McCain quella spinta mediatica decisiva negli Stati forti del «big tuesday». Il senatore dell'Arizona è già in California con Schwarzenegger pronto ad accoglierlo a braccia aperte e con sondaggi che lo danno vincente con picchi di dieci punti percentuali. L'endorsement di Giuliani di poche ore fa (next ticket?) darà un'ulteriore spinta alla grande corsa verso la Sala Ovale. Ma il vero fatto politico però è un altro. Oltre alla sconfitta di Giuliani, ribattezzato da Christian Rocca sul Foglio come un «novello Mariotto Segni», è la lenta trasformazione che il Partito Repubblicano sta subendo (forse inconsciamente) il tema fondamentale da analizzare. John McCain, già denominato un «bizzarro Goldwater», non ha forse neanche il carisma del vecchio Barry, ma la sua storia, la sua idea dell'America e la visione strategica per il suo Paese lo inquadrano certamente in quel conservatorismo, che magari non farà tanto rumore, ma che rimane il più diffuso degli Stati Uniti. L'approccio di McCain non viene percepito solo dai suoi, ma anche da tutta quella vasta opinione pubblica non schierata - come gli indipendenti. Che cosa significa tutto ciò per il Partito Repubblicano? Significa che tutte le posizioni ideologiche che richiedono la sicurezza interna, la leadership economica ed il primato internazionale stanno aprendo uno spiraglio anche a più eque soluzioni sociali. Insomma, il Gop sta lentamente (in un cammino lungo, non c'è dubbio) diventando più moderato, riuscendo ad unire e non a dividere. Solo un uomo era riuscito a compiere tale miracolo: si chiamava Ronald Reagan. McCain non ha una visione ideologica della politica ed è forse questo il motivo di alcuni risentimenti provenienti dal partito nei suoi confronti. Le sue posizioni contro la barbarie della tortura ed al stesso tempo il totale appoggio alla guerra in Iraq (criticando prima Bush per poi sostenere la nuova strategia a Baghdad, da lui sempre auspicata), dimostrano un cervello eclettico, scevro da paraocchi e notevolmente illuminato. L'opinione pubblica dipinge McCain come un uomo politico fedele ai propri principii, molto nazionalista, vero patriota, ambientalista come pochi e quindi in grado di intercettare voti inimmaginabili per l'Elefantino. Inutile tergiversare: le politiche di Bush hanno diviso gli americani. Un uomo come McCain tornerebbe a riunire evitando la sciagura di un nuovo Clinton alla Casa Bianca. Fece lo stesso Reagan, quando convinse parte delle sinistre a votarlo perché stanche delle politiche stataliste di Carter. McCain non è Reagan, ma è il suo modo di porsi, la sua distensione ed il suo buon senso a ricordarlo molto. Certo, ci sarebbero tanti altri conservatori sul campo (Dick Cheney su tutti) che farebbero gridare di gioia la «pancia» del partito, ma quanto sarebbero graditi all'elettorato, considerate le divisioni create dall'ultima presidenza? Il senatore dell'Ariziona ha invece tutte le carte in regola per ridare un terzo mandato al Gop - un'impresa storica che riuscì solo a Bush senior. «My friends, in one week we will have as close to a national primary as we have ever had in this country, and I intend to win it and be the nominee of our party». Con queste parole, pronunciate dal senatore pochi minuti dopo la vittoria in Florida, possiamo sintetizzare la mission di McCain. Possiamo stare certi che farà di tutto per onorarla. Cristoforo Zervos |
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Ragionpolitica, periodico on line n.249 del 29/1/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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