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Il vero volto degli Stati Unitidi Stefano Magni - 2 febbraio 2008 Continuiamo a vedere gli Stati Uniti come una nazione alla vigilia del collasso. Ciò che viene letto da artisti e intellettuali come il simbolo della caduta dell'impero americano, ancor più della crisi dei mutui, è la guerra in Iraq. Da noi si dà per scontato che sia una guerra che sta mettendo seriamente in crisi il sistema dei valori della società americana. Lo si pensava anche nel 2004 e si era convinti, qui in Italia, che le elezioni presidenziali avrebbero rivelato tutta l'impopolarità del presidente «guerrafondaio». Però nel novembre di quell'anno, Bush è risultato il presidente più votato nella storia contemporanea degli Stati Uniti, in elezioni che hanno registrato un'affluenza da record alle urne. Anche in queste elezioni, i commentatori europei stavano scommettendo sull'«effetto Iraq» prevedendo una vittoria dei candidati democratici più pacifisti (come John Edwards) e di repubblicani più pragmatici. Ma in campo democratico, l'ultra-pacifista Edwards si è dovuto ritirare prima ancora del «super martedì» elettorale. Mentre in campo repubblicano sta vincendo John McCain, il senatore dell'Arizona che ha promosso lo «Advance Democracy Act» del 2005 (per la promozione attiva della democrazia nel mondo) e presiede il board of directors dell'International Republican Institute, l'ente pubblico che si occupa di esportare la libertà per 365 giorni all'anno dal 1983. John McCain è soprattutto il candidato dell'Iraq. Fu l'unico, nel 2006, ad appoggiare la strategia del «surge»: l'invio di altri 30.000 uomini in Iraq, proprio quando tutti (compreso il candidato repubblicano Mitt Romney) iniziavano a chiedere un ritiro più o meno graduale dal paese mediorientale. Allora era considerato, quantomeno, un fissato. Oggi, dopo che il generale David Petraeus ha liberato intere regioni dal dominio delle milizie di Al Qaeda e ridimensionato le milizie sciite di Al Sadr, McCain è visto dagli elettori repubblicani e indipendenti come l'uomo della vittoria possibile. Il grande successo elettorale ottenuto da McCain non è l'unico segno che gli americani hanno ancora intenzione di combattere e vincere. L'altro segnale forte arriva dalla cultura popolare. Nel 2007 le sale sono state inondate di film pessimisti contro l'intervento in Iraq, tutti girati nel periodo di maggior pessimismo e demoralizzazione, dunque tra il 2005 e il 2006. Uscendo nell'anno del «surge», pellicole sull'Iraq come «Redacted», «In the Valley of Elah» e altri film contrari alla guerra contro il terrorismo quali «Lions for Lambs» e «Rendition», sono state tutte inesorabilmente bocciate dal pubblico americano. E anche dalla critica, visto che nessuno di questi film (senza eccezione) ha ottenuto una candidatura agli Oscar 2008 per miglior film, sceneggiatura o regia. Dunque, questa è la dimostrazione che a noi arriva un'immagine di un'America stanca del conflitto e in crisi di valori che non è sentita o percepita dall'altra parte dell'Oceano. La Hollywood pacifista non ragiona con la logica dell'americano medio. Ma in queste settimane si sta riappacificando con i cittadini americani al fronte. La visita dell'attrice Scarlett Johansson (pacifista, liberal e sostenitrice di Barack Obama) in Kuwait, per risollevare il morale delle truppe in Iraq, è un primo evidente segno di pace tra queste due realtà apparentemente inconciliabili. L'immagine sbagliata che ci stiamo facendo dell'America pacifista è dovuta anche a una cattiva lettura della storia. Il 31 gennaio si è ricordato, giusto a proposito, il quarantesimo anniversario della battaglia del Tet. Quella che viene considerata dai nostri libri di storia come una sconfitta statunitense che indusse il popolo a volere il ritiro dal Vietnam, presa come modello per spiegare l'attuale «sconfitta» in Iraq. Si tratta di una doppia menzogna. Prima di tutto perché il Tet non fu affatto una sconfitta americana: i Vietcong e i Nordvietnamiti speravano, con il loro attacco, di scatenare un'insurrezione generale contro gli Stati Uniti e il Vietnam del Sud che invece non scoppiò. Dopo duri combattimenti dovettero ritirarsi lasciando sul terreno 45.000 caduti. La seconda menzogna riguarda la reazione popolare americana: con i sondaggi Gallup dell'epoca alla mano, lo storico James Robbins ci ricorda dalle colonne della National Review che «La disapprovazione per la conduzione della guerra non significava l'opposizione allo sforzo bellico. Al momento del minimo sostegno storico alla politica di Johnson, solo il 32% degli americani voleva il ritiro delle truppe dal Vietnam; il 50% voleva un'escalation, non per cercare una tregua, ma la vittoria. La maggioranza degli americani voleva che Johnson fosse più duro. Questo valeva anche tra i giovani. Stando al sondaggio Gallup del maggio 1967, nei campus i «falchi» battevano le «colombe» 49% a 35%. (...) L'impatto immediato della battaglia del Tet fu di rendere l'America ancor più bellicosa. I dati Gallup ci mostrano che la percentuale dei «falchi» nella popolazione crebbe dal 52% nel dicembre del 1967 al 60% all'inizio della battaglia. Contemporaneamente, la percentuale delle colombe decrebbe dal 35% al 24%». L'inizio del disimpegno dal Vietnam fu deciso da una classe politica democratica che, sin dall'inizio dell'impegno bellico, non era convinta dell'opportunità della guerra. Basti vedere che lo stesso segretario alla Difesa dell'epoca, Robert McNamara, era contrario all'intervento sin dal 1965. E che lo stesso Lyndon Johnson, pur prendendo la decisione di inviare le truppe, non ebbe mai seriamente intenzione di sconfiggere il Vietnam del Nord (perché temeva un intervento sovietico), bensì quella di creare una forza deterrente nel Sud. Il ritiro dal Vietnam, insomma, fu una decisione politica condivisa da minoranze ben visibili di intellettuali, hippy e attori. Non fu una scelta presa a furor di popolo. L'americano medio è solito sostenere i suoi parenti e concittadini al fronte, tanto allora in Vietnam quanto oggi in Iraq.
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Ragionpolitica, periodico on line n.249 del 29/1/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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