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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'astuzia di Belgrado l'europea

di Gabriele Cazzulini - 6 febbraio 2008

Sono giorni di festa per Belgrado, che celebra la rielezione del presidente più filo-europeo della sua storia. Le ire funeste del radicalismo, erba amara che ha sempre inaridito la politica della Serbia, si sono placate, come riassorbite nei mulinelli della nostalgia e del revanscismo. Belgrado chiama Bruxelles, ma la linea è già occupata da Mosca e potrebbe cadere pronunciando due parole che in Serbia oscurano i volti: Kosovo e indipendenza. La minuscola provincia albanese su cui sventola il tricolore serbo diventa un macigno che incombe sulla precaria stabilità dei Balcani. Da questa visuale la vittoria elettorale del presidente Tadic conferma l'astuzia di Belgrado nell'imporre il Kosovo all'attenzione dell'Europa. Se avesse vinto Nikolic, Bruxelles avrebbe scaricato sul furibondo presidente nazionalista la responsabilità per il caos scatenato dall'indipendenza del Kosovo e dalle ritorsioni serbe. Sarebbe stato come ritornare ai tempi di Milosevic - la Serbia è fuori dall'Europa, quindi la crisi del Kosovo non è questione da turbare i sonni di Bruxelles.

Questa volta Tadic non gioca la parte dell'estremista, ma quella del leader occidentale. Questo vuol dire coinvolgere direttamente Bruxelles, che però non ha un piano B per evitare il disastro. L'unica alternativa è la scelta obbligata di traghettare il Kosovo alla secessione - ma questo offre carta bianca a molte altre secessioni che covano nell'underground balcanico. Se lo fanno in Kosovo, perché non possono farlo anche nell'entità serba della Bosnia e in quella croata, nella provincia a maggioranza ungherese della Serbia stessa? Solo per restare nel perimetro yugoslavo.

Gli slavi del sud vivono il tempo attraversando cicli di divisione seguiti da altri cicli di unificazione. Conclusa l'epoca della Repubblica socialista federativa, è subentrato un ciclone distruttivo che ha smembrato l'unità in piccole particelle sparse. Questo ciclo di disgregazione non è ancora concluso, non solo perché manca il Kosovo, ma perché manca tutto ciò che verrà dopo. Se ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, alla secessione del Kosovo cosa corrisponderà? Una mezza risposta proviene da Mosca, dove Gazprom ha inghiottito la società serba per le risorse energetiche, e si prepara a pesanti ritorsioni sull'Europa. Dipende da Bruxelles calcolare se l'indipendenza degli albanesi vale davvero l'ostilità dei russi. A Belgrado potrebbe passare una nuova cortina di ferro. Per un fazzoletto di terra come il Kosovo una volta sarebbe scoppiata una guerra come normale mezzo di soluzione di un conflitto. Oggi che le guerre sono evitate come la peste, i conflitti rimangono intatti ma non trovano una valvola di sfogo. Fino al punto in cui il vaso è colmo e basta una goccia per produrre un'inondazione.

! Gabriele Cazzulini
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