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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'epilogo

di Gianteo Bordero - 6 febbraio 2008

Fumata nera. Come volevasi dimostrare, dalla pipa di Franco Marini, incaricato in extremis dal presidente della Repubblica di salvare una legislatura già da tempo destinata al collasso, non è uscito il fumo bianco che annuncia il lieto fine - «habemus gubernum» - ma soltanto le quattro lettere della parola più temuta ai piani alti del potere: voto. Del resto, che quella affidata al presidente del Senato fosse una mission impossible era già chiaro dopo la liturgia delle consultazioni celebrata al Quirinale dal capo dello Stato, la quale aveva messo in luce, senza possibilità d'equivoco, l'inesistenza di una maggioranza pronta a sostenere un nuovo governo.

Se ora si attende soltanto il formale scioglimento delle Camere e l'indizione di nuove elezioni ciò non è dovuto, come sostengono dalle parti del loft veltroniano di piazza Sant'Anastasia, al «gran rifiuto» di Silvio Berlusconi di partecipare ad un «esecutivo di scopo» per riscrivere la legge elettorale - ci risiamo con il mantra del Cavaliere colpevole di ogni rovescio temporalesco che si abbatte sulla politica italiana - ma allo sgretolamento politico dell'Unione, incapace persino, nei passati venti mesi, di elaborare uno straccio di proposta condivisa di riforma delle regole del voto. E' stato dunque il crollo della torre di Babele unionista, e non il niet del capo dell'opposizione, ad aver condotto la situazione ad un punto di non ritorno.

Ma sull'epilogo attuale pesa anche (e soprattutto) la confusa strategia del segretario del Partito Democratico, novello Amleto il quale, dopo la rutilante elezione alle primarie del 14 ottobre scorso, tra l'essere e il non-essere, cioè tra l'avvio della tanto annunciata «nuova stagione» e il sostegno incondizionato al governo Prodi, ha scelto di non scegliere, che è come scegliere entrambe le cose: la prima «ma-anche» la seconda. Vittima dunque del suo «ma-anchismo», l'Amleto democratico non ha avuto il coraggio di fare l'unica cosa che avrebbe potuto garantire tanto la prosecuzione della legislatura quanto la crescita forte e sana del suo partito: ergersi a curatore fallimentare dell'esecutivo prodiano, inviso a buona parte dello stesso elettorato tradizionale di centrosinistra, e proporre la nascita di un governo per le riforme sostenuto anche dalle forze berlusconiane. Aver invece atteso con le mani in mano il capitombolo del Professore a Palazzo Madama per avanzare l'idea di un gabinetto di larghe intese ha messo a nudo la debolezza della leadership del Sor Sindaco persino all'interno del Piddì, dove prodiani, baffini e valteriani combattono l'un contro l'altro armati la battaglia del controllo del potere reale nel nuovo partito.

Finita in pezzi la torre di Babele dell'Unione e stante la guerra intestina tra i Democratici, dare vita ad un altro governo malaticcio avrebbe significato soltanto prolungare ulteriormente, contro ogni logica politica e per puro attaccamento alla poltrona, la lunga, interminabile agonia della maggioranza uscita già pencolante dalle urne il 10 aprile di due anni fa. Questa - e non le elezioni anticipate - sarebbe stata la vera «sciagura» (Walter dixit) per il Paese, costretto a rimanere in perigliosa balìa di una coalizione incapace di ben governare l'Italia e ripiegata su se stessa al punto da vedere soltanto il suo ombelico e non i piccoli e grandi problemi quotidiani per i quali i cittadini chiedono da tempo risposte reali senza ricevere soddisfazione alcuna: il popolo chiama, la sinistra non risponde.

Via Prodi, non restava quindi altra strada oltre a quella delle urne - il grande lavacro purificatore nel quale gli italiani potranno finalmente immergersi dopo venti mesi di piogge acide cadute sulla loro testa dall'alto di Palazzo Chigi. Ad aprile si compirà dunque il benedetto e tanto atteso rito liberatorio, la vera essenza di ciò che chiamiamo democrazia: la parola torna al popolo, a cui appartiene la sovranità, come dice la Carta costituzionale all'articolo 1 - un ripassino ogni tanto farebbe bene ai tanti smemorati che, in praesentibus temporibus, paragonano il voto alla peste bubbonica.

! Gianteo Bordero
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