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Una crisi annunciatadi Vincenzo Merlo - 6 febbraio 2008 Il destino del governo Prodi è sembrato scritto fin dall'inizio. Le cause del fallimento sono molteplici, ma riconducibili ad alcune debolezze di fondo, unite ad elementi contingenti. Va ascritta tra le prime, in particolare, la marcata disomogeneità dell'aggregazione unionista. Che ci azzeccavano nella stessa coalizione i centri sociali con i centri confindustriali? Gli anticlericali incalliti con i teodem? E ancora: i comunisti con i democristiani? Gli statalisti con i liberali? I verdi con i banchieri? L'Unione era in realtà un colosso dai piedi d'argilla, costruito solo avendo a cuore la pars destruens e mai la pars costruens. Nonostante la proclamata «coesione» («Dureremo cinque anni»), l'unico denominatore comune era, di fatto, solo l'avversione a Berlusconi, senza uno straccio di visione comune della società, della politica, delle cose da fare. Che in effetti non si sono mai fatte. Si sono ripresentate, ulteriormente accentuate, le stesse contraddizioni che portarono alla caduta del primo governo Prodi nell'ottobre del 1998. Con qualche elemento di novità. Nel '98 a staccare la spina fu la sinistra estrema di Rifondazione Comunista, in disaccordo su una rilevante scelta di politica estera quale l'intervento della Nato in Serbia. Ora, invece, Prodi viene affondato dalle formazioni centriste che fanno capo a Mastella e Dini. Passando per Fisichella e Andreotti. Troppo corta era la coperta nel '98, troppo corta è oggi. Ma se dieci anni fa Prodi si preoccupava essenzialmente di non scontentare i settori moderati piuttosto che quelli di Rifondazione, oggi è avvenuto il contrario. Sui grandi nodi il Prodi 2 è sembrato infatti assecondare più l'apporto della sinistra estrema che non quello dei centristi. E questo a partire dalla Finanziaria 2007, che proprio in ossequio ad una visione statal-dirigistica d'antan ha predisposto una «cura da cavallo» da 35 miliardi di euro, che ha avuto l'unico effetto di estenuare la nostra economia, deprimendo consumi e investimenti proprio quando il Paese aveva imboccato la strada della ripresa. Una Finanziaria tutta ideologica, che ha di fatto penalizzato la componente più dinamica del nostro apparato produttivo, e cioè l'universo delle piccole e medie imprese che tanto contribuisce alla ricchezza del Paese. E' da lì che è emersa con chiarezza la cifra politica ed ideologica di Romano Prodi. Un cattocomunismo dirigista, sostanzialmente allineato ai desiderata della grande impresa, delle banche, dell'eurocrazia e di buona parte del blocco sindacale. E contemporaneamente avverso al mondo delle piccole e piccolissime imprese, a partire da quelle familiari ed artigianali, sempre più vessate da una pressione fiscale eccessiva e, soprattutto, da una burocrazia impossibile. Nella visione prodiana, il Paese è ridotto ad una catena di comando in mano a pochi, illuminati tecnocrati che regolano dall'alto, in maniera illuminata, un popolo di «dipendenti» anziché di «collaboratori». Ci sono tutti i guasti ed i limiti del dossettismo in questa opzione sociale ed economica. Guasti e limiti che si amplificano se si considera l'approccio ai problemi etici che interrogano il Paese. Dai Dico alla fecondazione assistita, dalla legge 194 alle proposte sull'eutanasia, l'esecutivo prodiano non si è mai discostato da una linea spesso contrapposta alle posizioni della Chiesa, ai suoi valori. Mai i rapporti tra Stato italiano e Vaticano erano precipitati così in basso dal dopoguerra. Il «cattolico adulto» Romano Prodi, con un'ostinazione degna di miglior causa, è riuscito anche in questo. Dicevamo che, oltre alle strutturali debolezze di fondo, al fallimento di Prodi hanno contribuito anche elementi contingenti, i più rilevanti dei quali sono stati: la crescente sfiducia degli italiani verso la classe politica, la «Casta»; il rapporto, ormai deteriorato, tra giustizia e politica, evidenziato dai reciproci sconfinamenti e culminato nel cortocircuito dell'inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere; l'emergenza dei rifiuti in Campania; la pesante situazione economica, con la questione (ormai drammatica) dei salari insufficienti; il deficit infrastrutturale ed energetico del Paese, appesantito dalla paralisi delle grandi opere pubbliche. Su tutte queste problematiche il governo di centrosinistra è parso assolutamente incapace di fornire risposte adeguate e, lungi dal risolvere i problemi del Paese, li ha aggravati. Un governo, quello guidato da Romano Prodi, distante dai sentimenti e dalle necessità del popolo italiano. Un governo condannato dalle sue stesse, originarie contraddizioni. Vincenzo Merlo |
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Ragionpolitica, periodico on line n.250 del 5/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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